Un ministro della Pubblica Istruzione dovrebbe evitare proposizioni dove di norma vada il congiuntivo. Paratassi dura: Sarebbe opportuno punto. La storia punto. Studiare punto. La scuola è finita punto e a capo. E intanto fare quelle smorfie che significano: ma la storia de che, ma che ce insegna, hai capito a me? Anche proposizioni introdotte da siccome costituiscono un rischio. Evitare siccome che sono ministro in favore di un più lineare: Sono ministro. Mi ci hanno messo e ci sto. E basta. Continua a leggere “Le competenze linguistiche del ministro dell’istruzione”
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Spettacolo
Lo spettacolo è il denaro che si guarda soltanto, perché in esso è già compresa la totalità dell’uso che è scambiata contro la totalità della rappresentazione astratta. Lo spettacolo non è soltanto il servitore dello pseudo-uso della vita, è già in se stesso lo pseudo-uso della vita.
Guy Debord, La società dello spettacolo
ALESSANDRO CITRO Al Mega
[breve racconto sulla realtà degli ipermercati, lavoro svolto per modulo laboratorio didattica dell’italiano, SSIS Calabria 2002]
Non era facile, lo sapevo, ma ormai lo avevo deciso; sarei andato da solo dopo 2 anni che non riuscivo a entrarci, ora, mi sembrava arrivato il momento giusto, lo sentivo, dovevo andare, dovevo, a costo di cadere dalle scale, sbattere con la macchina contro un camion, niente mi avrebbe potuto fermare neanche quei luridi ricordi che a sprazzi mi annebbiavano il cervello, maledetti ricordi.
Certo, con Laura sarebbe stata un’altra cosa: telefonata- passo alle sei- va bene- e subito felici di passare 2 ore sprofondati nella fiumana delle scale mobili diretti al terzo piano, lì dove si trovavano i negozi di musica e abbigliamento con sconti eccezionali e offerte strepitose.
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ROBERTO CALOGIURI Alternanza scuola lavoro. La scomoda verità che non piace agli studenti
ilfriuliveneziagiulia, 22 novembre 2017
Trieste – A sentire le parole “alternanza scuola-lavoro” si è tentati di dire: finalmente! I giovani sapranno cosa vuol dire lavorare, stancarsi, guadagnarsi il pane col sudore della fronte etc. etc.
Nella fattispecie si tratta dell’obbligo di 400 ore (per gli istituti tecnici) e 200 ore (per i licei) esteso a circa 600.000 studenti da mandare a “scuola di lavoro” presso le imprese – pubbliche o private – che si rendano disponibili ad accoglierli nel mondo dei mestieri.
Oppure, da un altro punto di vista, saranno obbligati a svolgere mansioni anche degradate e degradanti, per nulla qualificanti ed estranee al percorso didattico formativo inerente alla scuola scelta e che, talvolta, li espongono ai pericoli delle molestie. Continua a leggere “ROBERTO CALOGIURI Alternanza scuola lavoro. La scomoda verità che non piace agli studenti”
Disobbedienza (civile)
Quando una legge è iniqua, la disobbedienza civile è necessaria.
Ferdinando Imposimato
La disobbedienza civile è praticata da minoranze organizzate, unite da un convincimento condiviso più che da una comunanza di interessi, e dalla scelta di protestare contro una politica governativa, anche qualora essa goda dell’appoggio della maggioranza; la loro azione concreta è frutto di un accordo condiviso ed è tale accordo a dare credito e forza alla loro idea, indipendentemente da come si sia formata.
Hannah Arendt, Disobbedienza civile Continua a leggere “Disobbedienza (civile)”
MARTA FANA La funzione disciplinatrice del lavoro (gratuito)
[«Non è lavoro, è sfruttamento», Laterza, Roma 2017, p. 90]
Camerieri e baby-sitter, oppure commessi, come coloro che andranno a lavorare da Zara. Posizioni che verranno incrementate per il prossimo triennio, assicura il ministro in una dichiarazione che suona come una minaccia, un incubo. Contemporaneamente si rafforza la funzione disciplinatrice del lavoro come dovere a prescindere, anche quando la funzione produttiva di per sé non esiste. È l’esperienza vissuta dagli studenti che si incontrano ad esempio negli aeroporti, stanno lì a guardare la fila dei viaggiatori pronti per i controlli: hanno il compito di assistere ma nei fatti stanno in piedi senza poter far nulla. Un turno da sei ore trascorso a guardare la gente sfilare. Inutile indagare il contenuto formativo, così come risulta improbabile rintracciare l’utilità in termini di avvicinamento al mondo del lavoro, quando il contenuto del lavoro non esiste neppure.
ANNA ANGELUCCI Sull’insegnamento dell’italiano a scuola. Lettera aperta al Professor Luca Serianni
[Roars, 7 ottobre 2017]
Egregio Professore,
accolgo con vivo piacere la notizia del Suo incarico di consulente del Ministero dell’Istruzione per l’apprendimento della lingua italiana. Ogni insegnante, e non solo d’italiano, così come ogni adulto mediamente colto, sa quanto sia urgente, oggi, individuare soluzioni al problema della diffusa incompetenza linguistica degli adolescenti. Un’incompetenza ortografica, lessicale, grammaticale, sintattica – su cui Lei in molte occasioni ha riflettuto – recentemente denunciata con fervore nella lettera aperta di 600 docenti universitari, che chiedono a chi governa il sistema scolastico di intervenire concretamente e di mostrare una “volontà politica adeguata alla gravità del problema”. Continua a leggere “ANNA ANGELUCCI Sull’insegnamento dell’italiano a scuola. Lettera aperta al Professor Luca Serianni”
FRANCESCO SABATINI La scuola ha smesso di insegnare l’italiano
[Corriere della Sera, 23 settembre 2017]
Stiamo assistendo a un fenomeno: i mali del nostro sistema di istruzione vengono spesso denunciati pubblicamente non dalla scuola, ma dall’Università e, a livelli più avanzati, dagli ordini professionali. Non si contano le lamentele dei professori di Giurisprudenza sull’incapacità degli studenti di quella Facoltà (la chiamo ancora così, anche se questa struttura è stata cancellata) di redigere la tesi o anche solo una tesina in un italiano accettabile. Alcuni docenti hanno deciso di eliminarle, perché sarebbero tutte da riscrivere. Fanno seguito le lamentele dei presidenti degli ordini forensi, nazionali e regionali, che denunciano l’impreparazione linguistica di molti giovani avvocati. Sui concorsi che riguardano questa categoria e anche quella degli aspiranti magistrati cali un velo pietoso (basta leggere le cronache dei giornali a ogni tornata di tali concorsi). Non si contano neppure le lagnanze per l’oscurità delle circolari ministeriali, dei testi normativi (perfino lo schema preliminare del decreto per l’esame di italiano nella maturità!), degli avvisi pubblici, criptici (che cos’è il «luogo dinamico di sicurezza» negli aeroporti, se non un «percorso di fuga» in caso di pericolo?) o pletorici (le Ferrovie dello Stato stanno consultando l’Accademia della Crusca per migliorarli).
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Le elezioni politiche di primavera propongono tre possibili scenari. Vince il centrodestra, Per prima cosa si dimenticano di avere votato contro la Buona Scuola. Acqua passata. Poi ci becchiamo un clone della Mariastella Gelmini o della Valentina Aprea che trova la strada spianata per completare la 107 con chiamata diretta globale, school bonus per tutti, privatizzazione di tutto il sistema scolastico, consiglio di amministrazione e licenziamento di chiunque remi contro. Vince il centrosinistra. Per prima cosa inserisce tutte le norme della 107 in un bel contratto la cui parte economica ci concede, dopo 10 anni di vacanza, 21,75 euro netti a testa. E intanto continua a sfracellarci con il suo mix «di arroganza e di stucchevole bontà» (Gaber): la buona scuola, le scuole belle, le scuole sicure, le scuole allegre, le scuole colorate, i ministri folkloristici, i piani digitali. Mentre finanzia la scuola privata, distribuisce i premi della tombola e McDonald’s e biblioteche lucrano sul volontariato involontario di migliaia di studenti.
Oppure vincono le larghe intese. Sembra un film di Cronenberg
MARCO MAGNI L’educazione privatizzata. Anatomia della «Buona scuola»
MicroMega, 25 marzo 2015
Le premesse storiche
Negli anni ’60 e ‘70, i governi occidentali vedevano nelle riforme scolastiche una delle leve della costruzione del welfare state e della relativa base di consenso; dagli anni ’80, considerano le riforme scolastiche un modo per infondere un’“anima” all’“economia sociale di mercato” (o, se vogliamo dirlo in termini più semplici, al “neoliberismo”). Possiamo, quindi, inserire la “Buona scuola” in una genealogia, che inizia proprio dagli anni ’80. Continua a leggere “MARCO MAGNI L’educazione privatizzata. Anatomia della «Buona scuola»”