FEDERICA CAPPUCCIO Quelli che la scuola 2.0

[Replica a L’Italia e l’élite dei conservatori, di Roberto Contessi]

Ringrazio il professor Contessi della lunga e argomentata risposta alla mia recensione del libro “Scuola di classe”, ma noto che non fa che ripetere quanto già scritto nel libro, con l’aggiunta di qualche ulteriore, ma fumoso chiarimento sui rimedi al classismo nella scuola, che consisterebbe, in modo naturale, se ho capito bene la circonlocuzione, nell’abolizione del valore legale del titolo di studio.

Come tutti quelli che criticano le riforme della scuola da Berlinguer in poi (che sono state tutte progettate all’insegna del fare e del cambiare sennò rimane tutto com’è), sono etichettata come conservatrice. E quindi pigra oltre che sorda alla fanfara del nuovo che avanza. Ci deve essere una linea invisibile tra i buoni, che hanno le soluzioni per tutti i problemi, che snocciolano dati di agenzie di rating per dimostrare le proprie tesi, che pronunciano con disinvoltura scioglilingua in inglese, in breve quelli che la scuola 2.0, e i cattivi insegnanti, che dicono solo no. Se questi sono gli innovatori, allora io mi sento orgogliosa di appartenere alla categoria dei conservatori.

L’autore dice che fa fatica a trovare una controtesi in quello che ho scritto. Non mi stupisce da parte di uno che liquida i movimenti democratici che propongono di rinnovare la scuola dall’interno con un lapidario “non mi interessano”. Ma non è neppure questo il punto. Ho letto il libro, superando la noia che suscitano i libri sulla scuola, ho segnalato che la tesi dell’autore, “La scuola funziona solo per chi non ne ha bisogno”, non è supportata da argomenti validi, non mi ha convinto, questo è il punto.

Stranamente, proprio mentre avveniva questo scambio di opinioni, è arrivata la lettera dei 600 intellettuali, scongelati per l’occasione, che denunciano: gli studenti universitari non sanno più scrivere. E qualcuno ha già la panacea: leggete i giornali. Una vera educazione linguistica, rigorosamente trasversale, spendibile come pratica di scrittura, apprendistato, cittadinanza e, in ultima analisi, provvista di carta per avvolgere gli avanzi di cucina.

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