MARIA MANTELLO Il ‘familismo amorale’ della scuola-azienda

Oltre ai tagli del decreto Gelmini (137) e della legge 133, sulla scuola statale incombe qualcosa di ben più pericoloso. È il disegno di legge n. 953 di Valentina Aprea: “Norme per l’autogoverno delle istituzioni scolastiche e la libertà di scelta educativa delle famiglie, nonché per la riforma dello stato giuridico dei docenti”. Già nel titolo sono enucleati i punti cardine di questo progetto che, se approvato in Parlamento, sarà la tomba dell’intero sistema d’istruzione pubblica. In nome dell'”autogoverno delle istituzioni scolastiche” e della “libertà di scelta educativa delle famiglie”, gli Istituti statali diverranno Fondazioni, gestite da vere e proprie lobby di familismo territoriale. Saranno queste a determinare la progettualità pedagogico-didattica, sottraendola di fatto alla responsabilità professionale dei docenti. Per i quali, non a caso, si prevede “la riforma dello stato giuridico” in senso privatistico. La scuola pubblica, allora, da luogo di formazione di cittadini liberi e responsabili, educati a sviluppare capacità analitico-critiche, diverrà il recinto del conservatorismo ideologico di famiglie-clan. Con buona pace della libertà di insegnamento e d’apprendimento, presupposto e linfa vitale di ogni serio processo di studio e ricerca in un paese democratico. Il ddl 953, infatti, vincola pregiudizialmente il processo di formazione e di crescita intellettuale dei ragazzi al gruppo di loro originaria appartenenza. Ovvero ad una dimensione particolaristica da confermare e reiterare anche a scuola. Il sano processo educativo di emancipazione culturale e sociale, dove lo Stato è chiamato (art. 3 della Costituzione) a rimuovere gli ostacoli (familiari compresi) perché ciascuno si autodetermini libero di pensare e scegliere con la propria testa, sarà così intrappolato nella obbedienza alla legge del padre. Questo è quanto sta dietro “la libertà di scelta delle famiglie”. Ed è ben altra cosa, da quel fattivo e propositivo dialogo con i genitori, già esistente in tutte le scuole statali, e gelosamente coltivato e incentivato dagli insegnati. I Decreti Delegati (DPR., 31 maggio 1974, n. 416) lo tutelano. Gli organi collegiali da essi previsti ne sono i luoghi di partecipazione e confronto aperto a tutte le componenti della scuola. Dove, nell’interrelazione dialogica, ciascuno è salvaguardato nel reciproco rispetto di funzioni, compiti, competenze, responsabilità. Il ddl Aprea al contrario, azzerando tutto questo, sembra voler trasformare la scuola nel campo di coltura del gruppo ideologico prevalente (non è difficile indovinare quale esso sia), allo scopo dichiarato di controllare libertà d’insegnamento e d’apprendimento. Cosa del tutto inaccettabile, perché si impedirebbe ai ragazzi di crescere nella più vasta appartenenza alla cittadinanza democratica. In quella che Hannah Arendt chiamava “la realizzazione della condizione umana della pluralità, cioè del vivere come distinto ed unico essere tra uguali” (Vita Activa). Una condizione a cui si perviene attraverso un’educazione aperta e laica. Quella che nella scuola statale è realtà. È mezzo e fine. Tutto il contrario delle scuole private, dove per altro gli insegnanti debbono essere contrattualmente conformi alla visione del mondo dell’ente gestore. Queste scuole private, grazie a quel pasticcio giuridico del “sistema paritario integrato”, sono assurte allo status di erogatrici di un servizio pubblico integrativo e paritario alle statali. E tanto è bastato per giustificare i sempre più ingenti finanziamenti pubblici ad esse erogati. Tuttavia, nonostante le iniezioni ricostituenti, e i percorsi didattici facilitati, queste scuole sono sempre più in forte crisi di iscrizioni. Ecco allora la soluzione. Eliminare la concorrenza dell’Istruzione statale, a cui famiglie e studenti continuano a dare fiducia, nonostante le ben orchestrate campagne di denigrazione di tanti media. Così, se i tagli di risorse umane ed economiche della ministra Gelmini servono ad anemizzare la scuola statale, sarà la legge Aprea -se passerà- a portare a casa Berlusconi: la libertà dall’unica scuola libera, quella dello Stato. Annegata nello stagno dell’omologazione di un pensiero unico, di un libro unico, di un maestro unico, di un professore a senso unico. Finalmente, la scuola statale insaccata in tornelli e corti metri del modello Brunetta, sarà ridotta a sistema mercatista. Dove tutto conterà meno che la qualità. Dove tutto si acquista e si consuma secondo le pulsioni e le mode dei gruppi prevalenti. Così col suo ddl, l’on. Valentina Aprea -ex maestra elementare (diploma magistrale alle scuole cattoliche di Bari), ex direttrice didattica (laurea in Pedagogia al Magistero di Bari), oggi in forza nella squadra Berlusconi- potrebbe a breve termine imbrigliare finalmente il fastidioso principio costituzionale: “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento” (art. 33 Costituzione), col cambiamento dello stato giuridico dei docenti: “il concetto di “stato giuridico” include, tra l’altro: l’identificazione (in che cosa consiste) e la configurazione (identica o differenziata)della funzione docente; i contenuti e i limiti della libertà di insegnamento” (introduzione). Sull’esercizio di questo insegnamento a libertà condizionata e ben vigilata, il docente verrà giudicato (“la funzione docente è rivolta prioritariamente a educare i giovani”, in collaborazione con la famiglia di ciascun allievo, e i relativi risultati educativi costituiscono l’oggetto della specifica responsabilità professionale del docente” – art. 12.3). L’insegnante, in sostanza, sarà “responsabile” del suo maggiore o minore adeguamento a ideologie locali, interessi economici, voglie educative di famiglie (“resta la sfida di riallocare le risorse finanziarie destinate all’istruzione partendo dalla libertà di scelta delle famiglie, secondo il principio che le risorse governative seguono l’alunno” – introduzione). Inoltre, visto che i docenti dovranno sottoporsi per avere una progressione anche economica di carriera a continui esami da parte di “esperti” (art. 17), è facile immaginare come ad essere schiacciata sarà la loro dignità professionale. Forse vale appena ricordare che i docenti delle statali hanno sostenuto difficili concorsi ordinari, acquisito titoli ed esperienze culturali e professionali che sarebbe ora di rispettare e valorizzare da parte dello Stato. Ovviamente questo non potrà accadere se nella scuola lo Stato avrà abdicato alla funzione di ente gestore, per diventare meramente erogatore di fondi. Ovvero sussidiario. “La sussidiarietà diventa la stella polare di questo cambiamento” proclama orgogliosamente questo ddl, che auspica Fondazioni sostenute da “partner pubblici e privati”. È interessante forse ricordare, che ad esempio Pio XI, nell’anno del concordato fascista (1929) affermava: “La scuolaÖ è di natura sua istituzione sussidiaria e complementare della famiglia e della ChiesaÖ tanto da poter costituire, insieme con la famiglia e la Chiesa un solo santuario, sacro all’educazione cristiana” (Divini illius magisteri). Non sono dunque argomenti nuovi! Di tanto in tanto vengono rilanciati. Tra i tanti esempi recenti, ricordo le parole del patriarca di Venezia, Angelo Scola: “lo Stato smetta di gestire la scuola e si limiti a governarla. Rinunci a farsi attore propositivo diretto di progetti scolastici per lasciare questo compito alla società civile”. Ecco, adesso finalmente il miracolo potrebbe compiersi con questo ddl 953, che si propone: “attraverso la trasformazione in fondazioni si vuole anche favorire una maggiore libertà di educazione che poggia sulla natura sociale dell’educazione: un’opera da svolgere entro quella società civile e quegli enti pubblici e privati più vicini ai cittadini, che devono essere riconosciuti a pieno titolo come espressione dell’azione pubblica” (introduzione). Insomma “i rappresentanti delle realtà culturali, sociali, produttive, professionali e dei servizi” (art.1.2), potranno finalmente avere una scuola pubblica a loro funzionale, nella quale “concorrono alla definizione e alla realizzazione degli obiettivi educativi e formativi, attraverso percorsi articolati e flessibili” (art.1.5). Allo Stato líonere economico di erogare sussidi economici a queste scuole-aziende. Un bel risparmio! Come tutte le aziende che si rispettino, le nuove scuole riformate (controriformate?) avranno un capo: il Dirigente Scolastico che assume “la gestione unitaria dell’istituzione, ne ha la legale rappresentanza ed è responsabile della gestione delle risorse umane, finanziarie e strumentali e dei risultati del servizio” (art. 4). Líex Preside diverrà così un vero e proprio datore di lavoro. L’organo di governo, al posto del troppo democratico Consiglio d’Istituto, è il “Consiglio di amministrazione” (artt. 5-6). Esso sarà composto da 11 membri. Oltre al Dirigente scolastico che ne fa parte di diritto, ci saranno esponenti di docenti, genitori, studenti; ma anche (questa è la novità) “esperti in ambito educativo, tecnico o gestionale”, nonché “l’ente tenuto per legge alla fornitura dei locali della scuola” (come se il padrone di casa di un affittuario dovesse poi prendere parte, di diritto, alla gestione della famiglia di quest’ultimo). In quali rapporti numerici saranno le diverse componenti, non è specificato. Questo Consiglio di amministrazione, timone politico-economico, dovrà garantire efficienza e funzionalità di persone e cose. E per questo “nomina docenti esperti e membri esterni (appositamente retribuiti per questo, ndr.) del nucleo di valutazione” (art. 4.e). Il giudizio di questo nucleo di valutazione, che si raccorderà con quelli regionali e nazionali, dovrà essere il punto di riferimento per l’annuale piano dell’offerta formativa di ciascuna scuola, dove è garantita la “partecipazione degli studenti e dei genitori come efficace strumento di indirizzo e di controllo” (introduzione). Esecutori di disegni educativi giocati su ben altri tavoli, ai docenti è però lasciato il compito di stilare alfine, il piano dell’offerta formativa (artt. 1.5 e 7.1), che però deve essere approvato dal Consiglio di amministrazione, insieme al programma delle attività annuali (art. 5.1). Ah, dimenticavo, nelle scuole paritarie il tutto è fatto direttamente dall’ente gestore (art. 1.7).
(“MicroMega”, 3 dicembre 2008)

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