ITALO CALVINO La disillusione di Amerigo

«La giornata d’uno scrutatore», cap. 3

In quegli anni la generazione d’Amerigo (O meglio quella parte della sua generazione che aveva vissuto in un certo modo gli anni dopo il ’40) aveva scoperto le risorse d’un atteggiamento finora sconosciuto: la nostalgia. Così, nella memoria, egli prese a contrapporre allo scenario che aveva davanti agli occhi il clima che c’era stato in Italia dopo la liberazione, per un paio d’anni di cui ora gli pareva che il ricordo più vivo fosse la partecipazione di tutti alle cose e agli atti della politica, ai problemi di quel momento, gravi ed elementari (erano pensieri d’adesso: allora aveva vissuto quei tempi come un clima naturale, come facevano tutti, godendoselo – dopo tutto quel che c’era stato -, arrabbiandosi contro ciò che non andava, senza pensare che potesse mai essere idealizzato); ricordava l’aspetto della gente d’allora, che pareva tutta quasi egualmente povera, e interessata alle questioni universali più che alle private; ricordava le sedi improvvisate dei partiti, piene di fumo, di rumore di ciclostili, di persone incappottate che facevano a gara nello slancio volontario (e questo era tutto vero, ma soltanto adesso, a distanza di anni, egli poteva cominciare a vederlo, a farsene un’immagine, un mito); pensò che solo quella democrazia appena nata poteva meritare il nome di democrazia; era quello il valore che invano poco fa egli andava cercando nella modestia delle cose e non trovava; perché quell’epoca era ormai finita, e piano piano a invadere il campo era tornata l’ombra grigia dello Stato burocratico, uguale prima durante e dopo il fascismo, la vecchia separazione tra amministratori e amministrati.

La votazione che adesso cominciava avrebbe (Amerigo ne era, ahimè, sicuro) ingrandito ancora quest’ombra, questa separazione, allontanato ancora quei ricordi, facendoli diventare, da corposi e aspri che erano, sempre più eterei e idealizzati. Il parlatorio del «Cottolengo» era dunque lo scenario perfetto per la giornata: non era forse quest’ambiente il risultato d’un processo simile a quello subito dalla democrazia? Alle origini, anche qui doveva esserci stato (in un’epoca in cui la miseria era ancora senza speranza) il calore d’una pietà che pervadeva persone e cose (forse anche ora c’era – Amerigo non voleva escluderlo – in singole persone e ambienti là dentro, separati dal mondo), e doveva aver creato, tra soccorritori e derelitti, l’immagine d’una società diversa, in cui non era l’interesse che contava, ma la vita. (Amerigo, come molti laici di scuola storicistica, si faceva un puntiglio di saper comprendere e apprezzare, dal suo punto di vista, momenti e forme della vita religiosa). Ma adesso questo era un grande ente assistenziale-ospitaliero, dalle attrezzature certamente antiquate, che adempiva bene o male alle sue funzioni, al suo servizio, e per di più era diventato produttivo, in un modo che al tempo in cui era stato fondato nessuno avrebbe potuto immaginare: produceva voti.