EDOARDO PUGLIELLI Dalla scuola della Costituzione alla scuola del capitalismo

La nostra scuola, 17 novembre 2025

Da Luigi Berlinguer a Valditara la politica scolastica è sempre la stessa. Draghi sostiene che «i sistemi di istruzione e formazione devono essere resi più reattivi ai cambiamenti del mercato del lavoro. La revisione dei programmi di studio, con il coinvolgimento di datori di lavoro e altre parti interessate, risulta fondamentale per adattare l’offerta formativa alle esigenze individuate dalla skills intelligence» (cfr. https://www.orizzontescuola.it/sistema-istruzione-europeo-in-declino-rapporto-draghi-solo-l8-degli-studenti-ue-ha-alte-competenze-in-matematica-ecco-cosa-fare/).

Una vecchia storia, iniziata con la pubblicazione del “Libro bianco” del 1993, dove si sosteneva l’indiscutibile necessità del modello di istruzione/educazione per la competitività. Da quel momento hanno fatto irruzione nel dibattito di politica scolastica e poi nelle circolari, nelle norme e nelle varie indicazioni parole come autonomina didattica e organizzativa, programmazione e progettazione, kompetenze e orientamento, “apprendimenti”, “apprendere ad apprendere”, learning by doing, comunità educante, offerta didattica, individualizzazione, formazione continua, ecc…, fino alle odierne edutainment, easy learning, apprendimento gamificato, ecc. 

Il processo è stato sostenuto da una folta schiera di pedagogisti, didattisti e tecnologi dell’educazione impegnati a teorizzare modelli di integrazione che di fatto trasformano sempre più la pedagogia in ancella dell’economia di mercato e della razionalità neoliberale. La scuola pubblica, da questa prospettiva, non deve essere più scuola della Costituzione democratica postbellica – deputata all’alfabetizzazione alle culture disciplinari, alla trasmissione di conoscenza in vista della conquista di una certa autonomia culturale, alla formazione di un’opinione pubblica autonoma e critica, alla selezione (fondata sul merito e non sulla classe sociale di appartenenza) per la produzione di élite pubbliche, dirigenti pubblici e quadri sociali pubblici (capaci cioè di agire per l’interesse pubblico, non privato) – ma scuola della “inclusione subalterna” (A. Sayad): tutti devono essere inclusi nell’unico orizzonte del “realismo capitalista” (M. Fisher).

Ha ricordato Luciano Gallino:

A partire dagli anni Ottanta, quando si delinea la crisi del capitalismo che i politici e il “partito di Davos” cercheranno di contrastare con la finanziarizzazione dell’intera economia […] l’attacco alla scuola […] è stato condotto dai governi e dalle istituzioni della Ue a colpi di riforme, aventi come principio ispiratore la trasformazione di esse in organizzazioni del tutto simili a un’impresa. Per legittimare una simile trasformazione sono stati utilizzati lo spauracchio della perdita di competitività nei confronti dei paesi emergenti; la necessità di difendere e migliorare la posizione del proprio paese negli scambi internazionali; e non da ultimo l’urgenza di combattere la disoccupazione. L’intero sistema, scuola e università, doveva essere ristrutturato come un’impresa che crea e accumula “capitale umano” […], un sistema la cui finalità non consiste affatto nel formare cittadini o ricercatori o studiosi, ma è piuttosto quella di formare individui che sin dagli inizi della loro formazione […] si concepiscano come “imprenditori di se stessi” […], che si pongano come supremo principio da seguire la produzione in se stessi di “competenze” utili ad accrescere il Pil» [L.Gallino, “Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegati ai nostri nipoti].

Il modello dell’istruzione/educazione per la competitività voluto dalle classi dirigenti europee è finalizzato alla formazione di “capitale umano”, funzionale e necessario agli sviluppi della “accumulazione capitalistica flessibile” (D. Harvey). Questo significa che l’istruzione per la competitività è il modello educativo di un regime produttivo fondato sulla delocalizzazione, sulla polverizzazione dei diritti AL lavoro e DEL lavoro, su politiche salariali deflattive, sul lavoro intermittente e a basso valore aggiunto.

Non a caso, il modello dell’istruzione per la competitività viene introdotto in Italia insieme alla precarizzazione del lavoro (1997) con l’autonomia scolastica (1997-1999). L’autonomia scolastica altro non è che la piena integrazione della scuola nel capitalismo: nella sua logica, nelle sue dinamiche riproduttive, nei suoi obiettivi. È la scuola deputata alla formazione del capitale umano, dotato delle kompetenze basilari richieste dall’organizzazione flessibile della forza-lavoro precaria, competitiva e sottopagata. È la scuola che da organo costituzionale (P. Calamandrei) si ristruttura in agenzia formativa per l’occupabilità e la competitività.

Secondo il paradigma della “occupabilità” e della competitività l’obiettivo della scuola pubblica non deve essere più l’inclusione in un curriculum di studi intellettualmente organico e rigoroso, grazie al quale conquistare livelli culturali superiori, apprendere un lavoro (specifico o generale), sviluppare la formazione della cittadinanza democratica, ma una socializzazione/pedagogizzazione delle masse da realizzarsi lungo tre assi:

– l’asse delle competenze deculturalizzate, finalizzato all’assimilazione di pacchetti di nozioni basilari per poter affrontare di volta in volta le situazioni mutevoli determinate dall’organizzazione flessibile del lavoro precario: del resto, i futuri lavoratori dovranno essere permanentemente “occupabili”, non stabilmente occupati; e dovranno continuamente acquisire (acquistare) “saperi ad uso e smaltimento istantaneo” (Z. Bauman) sul mercato della formazione continua e permanente, anche se tale formazione continua e permanente non porterà mai a nessuna stabilità economica e a nessuna realizzazione lavorativa e personale, anche se tale formazione permanente porterà, il più delle volte, a impieghi ancor più precari e casuali e ancor meno retribuiti.

Con la scuola delle competenze si realizza – forse per la prima volta nella storia moderna – la divaricazione fra istruzione e cultura: si può studiare anche per 8-13 anni e alla fine non conoscere niente della realtà;

– l’asse delle “educazioni” (alla raccolta differenziata, all’ambiente, contro le dipendenze, contro la ludopatia, alla salute, alla sessualità, alla cittadinanza digitale, all’affettività, al codice stradale, ecc. ecc.), attraverso cui diffondere la convinzione e l’ideologia che la soluzione delle patologie e delle contraddizioni sociali risieda nella “educazione”; i nessi sussistenti tra dinamica produttiva, trasformazione e deregolamentazione delle istituzioni e cultura dominante sono di fatto occultati (se le multinazionali promuovono nelle scuole l’educazione ambientale qualche problema ci sarà, o no?);

– l’asse della “pedagogizzazione delle masse”, il cui obiettivo – neanche troppo nascosto – è l’inclusione universale nella razionalità neoliberale e l’interiorizzazione di una morale che vuole convincere gli individui che la creazione di posti di lavoro dipenda dalla decisione degli individui di acquisire continuamente competenze e di attivarsi permanentemente per cercare un lavoro; una morale che, per conseguenza, colloca i fallimenti individuali non in una organizzazione riproduttiva incapace di garantire occupazione, stabilità e sviluppo personale per tutti, ma nell’individuo non sufficientemente “formato” e dunque non sufficientemente “meritevole” di accedere ad una qualche forma di sicurezza occupazionale ed economica (di qui l’ideologia della “meritocrazia”) e ad una realizzazione personale, scaricando così direttamente sulle spalle degli individui il peso (la “colpa”) della loro condizione di disoccupazione o precarietà.

La scuola dell’autonomia è la scuola meno democratica della storia dell’Italia repubblicana: è la scuola che trasforma gli studenti in clienti di competenze e che riduce i docenti a operatori didattici (se non addirittura a motivatori, facilitatori, animatori, “coreografi dell’apprendimento”, ecc.).

Chi continua a sostenere che per democratizzare la scuola pubblica c’è ancora bisogno di “riforme”, di formazione dei docenti, di innovazioni didattiche, ecc…, forse non ha capito che la scuola pubblica democratica era la scuola pre-autonomia, conquistata con la Costituzione antifascista e poi edificata grazie alle lotte di classe degli anni 50-70 (è stata quella l’unica scuola che ha realmente consentito un miglioramento delle condizioni materiali e un innalzamento delle condizioni culturali di tanti cittadini); forse non ha ancora capito che la scuola pubblica va oggi de-riformata (così Tomaso Montanari); forse non ha ancora capito che l’odierna scuola pubblica rischia di diventare sempre più scuola della post-democrazia (C. Crouch).

Non è difficile prevedere che, in assenza di una radicale inversione di marcia, la scuola pubblica finirà per essere la scuola di chi non ha alternative, ovvero la scuola di chi non potrà comperarsi (o indebitarsi per accedere a) una istruzione privata di qualità (la stessa qualità che la scuola pre-autonomia garantiva gratuitamente a tutti).

EMANUELA BANDINI Questa scuola non è on demand

Le parole e le cose, 17 novembre 2025

La tornata di consigli di classe di ottobre-novembre è quella in cui vengono discusse e approvate, con la presenza dei rappresentanti dei genitori e, nelle scuole del II grado, dei rappresentanti degli studenti, le attività progettuali, le uscite didattiche e i viaggi d’istruzione: tutto ciò che una volta si chiamava “attività extracurricolari”.

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OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ Lettera aperta al Ministro Valditara a proposito di contraddittorio, pluralismo e ispezioni

OsservatorioNOMS, 16 gennaio 2026

Gentile ministro Giuseppe Valditara,

L’Educazione Civica, secondo le linee guida, «favorisce il riconoscimento di valori e comportamenti coerenti con la Costituzione attraverso il dialogo e il rispetto reciproco, volti a incoraggiare un pensiero critico personale, aperto e costruttivo». Tutti obiettivi che, a nostro avviso, dovrebbero sempre caratterizzare i processi educativi. Non a caso la nostra Costituzione (art. 33) mette al centro la libertà di insegnamento per garantire la formazione di cittadine/i libere/i e consapevoli.

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VALENTINA PETRI «Formazione» senza cultura?

La nostra scuola, 21 settembre 2025

Guardo i titoli dei corsi di formazione per docenti e mi viene lo sconforto. Metodologie didattiche, intelligenza artificiale, agenda 2030, cose in inglese che non so cosa sono… Tutto bello, nobile e necessario. Li faccio, giuro.
Ma io vorrei studiare. Io vorrei tornare ad ascoltare delle belle lezioni come quando ero all’università. Io vorrei essere obbligata a sentire non gente che mi dice come dovrei insegnare, ma gente che mi spiega cose che non ho mai approfondito, aspetti di un’opera, autori che nel mio percorso ho incontrato solo per quel tanto che bastava. Vorrei studiare di nuovo, con calma e profondamente, le Operette morali, anche quelle che non mi ricordo più, il Paradiso, anche quei canti che a furia di non farli sfumano. Continua a leggere “VALENTINA PETRI «Formazione» senza cultura?”

GIOVANNI SCARAFILE L’insegnante ridotto a marionetta del sistema

«Avvenire», 6 settembre 2025

Oggi il senso della vocazione all’educare è offuscato da mille compiti stabiliti nel nome di performatività e misurabilità, come dice il concetto stesso di «credito» formativo. Ma la voce di chi sta in cattedra non è ascoltata. Un’ingiustizia che ne mina credibilità e dignità

Come Marx ed Engels evocavano to spettro del comunismo, oggi potremmo parlare di un altro fantasma che si aggira per le aule scolastiche europee: quello del Beruf la vocazione-professione che un tempo costituiva l’essenza stessa dell’insegnare. Continua a leggere “GIOVANNI SCARAFILE L’insegnante ridotto a marionetta del sistema”

ALVARO BERARDINELLI «Riforma» Gelmini, 17 anni fa l’atomica sull’istruzione pubblica italiana. La scuola non fu più la stessa

La tecnica della scuola, 9 settembre 2025

L’atomica sull’istruzione pubblica italiana: il 6 agosto 2008 (63 anni dopo Hiroshima) la Legge 133 sulla pubblica finanza, con gli articoli 15-17, 64 e 66, colpì scuola e università. Pochi la ricordano ancora: tanto che i nuovi docenti spesso ignorano questo argomento, e pensano che la difficile situazione della Scuola sia un dato di natura. in realtà il lavoro dei docenti oggi è molto più difficile per una serie di scelte politiche, di cui la “riforma” Gelmini è pietra miliare.

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ALESSANDRO DAL LAGO Contro la società pedagogica

«aut aut», 358, 2013

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Tra le cose strane che mi sono capitate nella vita, una è senz’altro l’aver finito la carriera accademica in una facoltà pedagogica. Quando questo numero di «aut aut» vedrà la luce, sarò in procinto di andare in pensione con qualche anno di anticipo, ma aver passato quasi vent’anni (diciannove per l’esattezza) in un luogo che ha come ragion d’essere la diffusione dei saperi «formativi» e «educativi» è qualcosa di cui ancora non mi capacito. Infatti, non ho alcuna propensione per quei saperi – semmai una certa avversione. C’è qualcosa che non mi è mai piaciuto nell’idea di «educare» – cioè, come vuole l’etimologia, di «tirare fuori qualcosa da qualcuno» o di «portarlo sulla retta via» Continua a leggere “ALESSANDRO DAL LAGO Contro la società pedagogica”

ENRICO CAMPANELLI I sette peccati capitali di INDIRE. La logica invertita dell’Istituto, tra falsi assiomi e mistificazioni

La nostra scuola, 22 agosto 2022

Capita sempre più spesso di leggere articoli sulle attività dell’INDIRE (Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa). L’ultimo è quello relativo alla pubblicazione sul sito dell’Istituto del documento dal titolo “Anticipare per governare il cambiamento. Il Sistema di Istruzione e Formazione di fronte alle sfide del cambiamento generazionale”, elaborato in occasione dell’audizione dell’Istituto presso la Commissione parlamentare di inchiesta sugli effetti economici e sociali della transizione demografica del 27 maggio 2025 (cfr. ).

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GIORGIA LOI Avanguardie educative

La nostra scuola, 17 agosto 2025

Si rincorrono nel dibattito attuale critiche feroci all’impostazione tradizionale della scuola, con l’insegnante al centro di un modello trasmissivo della conoscenza e gli studenti come utenti passivi. Pedagogisti della prima ora, politici, opinionisti, influencer, persone comuni, dai salotti televisivi, dalle proprie pagine social (che spesso hanno sostituito le chiacchiere al bar) pontificano sull’esigenza di innovare la scuola liberandola da un sistema antiquato ormai superato,  rispetto a un mondo che non esiste più. Secondo questo filone “neo-progressista” le aule sarebbero luoghi di “consumo passivo dell’informazione”, e il modo d’insegnare prevalente un’ingombrante pratica ottocentesca che fa a pugni con la maratona imposta dal mondo digitale in cui i ragazzi vivono.

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DANIELE LO VETERE Armiamoci e partite. Sulla mediocre pedagogia della «necessità storica di difendere l’Europa»

Le parole e le cose, 7 aprile 2025

Mettere l’elmetto alla “generazione fiocco di neve”

Il collega Marco Maurizi l’ha sintetizzato alla perfezione: «La borghesia liberale è passata da “un brutto voto potrebbe condurre alla morte dei nostri fragili figli” a “preparatevi a vivere in un bunker” nel giro di poche settimane». E davvero, ultimamente, con una intensità esplosiva dopo il fallito incontro nello Studio ovale tra Trump e Zelensky, non era possibile accendere la tv su un talk show politico, leggere un corsivo sui quotidiani, aprire Facebook, senza sentire o leggere una Gruber, un Giannini, un Mentana, un Augias, un Flores d’Arcais – sto facendo intenzionalmente solo nomi di opinionisti progressisti – farsi portavoce dell’ineluttabilità dell’ora presente e dell’unica strada tracciata davanti a noi: il riarmo.

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