99 POSSE Odio

Da «Curre curre guagliò» (1993)

Un altro giudice è stato ammazzato
Gli sciacalli sono là, urlano sfida allo stato
Quella indignazione, fottuto disgusto
Qualcosa di già visto, è sangue di Cristo
Questa nuova ipocrisia sulle spalle della gente
Che lavora tutta la vita e dopo muore e non sa niente
Mi rischiara la mente e sale prepotente
Un odio dritto nel cuore gela il sangue nelle vene
E penso al 12 dicembre ’69
Lo stato delle stragi, sì, lo stato delle trame Continua a leggere “99 POSSE Odio”

Vu cumprà

Il sindaco di una grande città del nord Italia in un discorso ufficiale definì con il termine “vu cumprà” i venditori ambulanti senegalesi.
Qualcuno obiettò che la parola era offensiva e carica di significato dispregiativo.
Il primo cittadino ribatté che si trattava di una polemica pretestuosa in quanto ormai “vu cumpre era una parola d’uso comune.
Quando chiesero ad un mio amico giornalista senegalese cosa ne pensava, egli rispose:
«Dite a quel sindaco che è un cretino! Tanto, “cretino” è ormai una parola d’uso comune».

Kossi Komla-Ebri, Imbarazzismi

GIUSEPPE GIOACCHINO BELLI Er zagrifizzio d’Abbramo

La Bbibbia, ch’è una spesce d’un’istoria,
disce che ttra la prima e siconn’arca
Abbramo vorze fà dda bbon Patriarca
n’ojjocaustico a Ddio sur Montemoria.

Pijjò dduncue un zomaro de la Marca,
che ssenza comprimenti e ssenza bboria
stava a ppassce er trifojjo e la scicoria
davanti a ccasa sua come un Monarca.

Poi chiamò Isacco, e ddisse: «Fa’ un fasscetto,
pijja er marraccio, carca er zomarello,
chiama er garzone, infílete er corpetto, Continua a leggere “GIUSEPPE GIOACCHINO BELLI Er zagrifizzio d’Abbramo”

CARLO COLLODI Che bel paese!

Da «Pinocchio»

Ora bisogna sapere che Pinocchio, fra i suoi amici e compagni di scuola, ne aveva uno prediletto e carissimo il quale si chiamava di nome Romeo, ma tutti lo chiamavano col soprannome di Lucignolo, per via del suo personalino asciutto, secco e allampanato, tale e quale come il lucignolo nuovo di un lumino da notte.
Lucignolo era il ragazzo più svogliato e più birichino di tutta la scuola, ma Pinocchio gli voleva un gran bene. Di fatti andò subito a cercarlo a casa per invitarlo alla colazione e non lo trovò: tornò una seconda volta, e Lucignolo non c’era; tornò una terza volta, e fece la strada invano. Continua a leggere “CARLO COLLODI Che bel paese!”

DANIELE LO VETERE Ritornare a scuola. Brevi pensieri per insegnanti

[La scuola e noi, 11 settembre 2023]

Ho provato a fissare alcuni punti fermi per questo inizio d’anno scolastico, per chiarirli innanzitutto a me stesso. Sono brevi pensieri, tutti, in futuro, da articolare. Sono (relativamente) indipendenti e possono perciò essere letti uno dietro l’altro o autonomamente l’uno dall’altro.

1) Lasciar essere i giovani

Si parla molto dei giovani e di quello che la scuola dovrebbe fare per loro, adeguandosi alle “nuove esigenze” formative. Ma le nostre società hanno l’esagitazione di quegli individui ansioso-depressivi, che, per scaricare fuori di sé l’angoscia, parlano a raffica o si impegnano iperattivisticamente in cento progetti. Continua a leggere “DANIELE LO VETERE Ritornare a scuola. Brevi pensieri per insegnanti”

Luna

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Giacomo Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia

Bellissima cosa e oltremodo a vedersi attraente è il poter rimirare il corpo lunare, da noi remoto per quasi sessanta semidiametri terrestri, così da vicino, come se distasse di due soltanto di dette misure; sicché il suo diametro apparisca quasi trenta volte maggiore, la superficie quasi novecento, il volume poi approssimativamente ventisettemila volte più grande di quando sia veduto ad occhio nudo Continua a leggere “Luna”

JOHANN WOLFGANG GOETHE Perché ogni ora tanta ansia mi reca?

Perché ogni ora tanta ansia mi reca?
La vita è breve, il giorno è lungo.
E sempre il cuore brama andar via,
non so bene se verso il cielo;
ma certo via per ogni dove,
e da se stesso vorrebbe fuggire.
Se vola al seno della più diletta
ignaro si riposa in cielo;
lo porta via la briga della vita,
e tuttavia s’afferra ad un luogo;
per quanto volle, per quanto perdette,
resta infine il buffone di se stesso.

PAOLO VOLPONI Dialogo delle piante e del terminale

Da «Le mosche del capitale» (1989)

I ficus rabbrividiscono sotto il neon accanito di tutte le luci delle prime ore, quando passano le squadre dei controlli di sicurezza e della pulizia; e un poco di più ai primi squilli del telefono che precedono l’arrivo del dirigente. I ficus si rilassano nelle assenze semiilluminate, soffuse di deodorante, e si appoggiano sugli spessori biancastri delle finestre. Essi si ravvivano via via nelle attese, concentrando il colore verso lo spazio che sarà mosso e occupato dalla dirigenza. Impallidiscono nei duri colloqui. Frusciano di emozione mentale durante le stesure dei piani e delle strategie aziendali. Si inteneriscono per ciascuna nervatura e per tutte le radici nei momenti di promozione, nei trasferimenti ascensionali; e così quando si espande l’ambiente dirigenziale e la loro compita rassicurante presenza. Continua a leggere “PAOLO VOLPONI Dialogo delle piante e del terminale”