Cesare fui e son Iustiniano,
che, per voler del primo amor ch’i’ sento,
d’entro le leggi trassi il troppo e ‘l vano.
Dante, Paradiso, VI 10-2
Giustiniano, ancora molto giovane, deteneva già completamente il potere e fu causa ai Romani di tante e tali sventure quali mai si era sentito prima nel corso dei secoli. Uccideva ingiustamente e derubava a cuor leggero; per lui era uno scherzo sterminare senza ragione alcune migliaia e migliaia di persone. Non intendeva rispettare leggi e costumi vigenti, anzi smaniava di innovare tutto in continuazione; insomma, per farla breve, fu il più accanito demolitore delle buone istituzioni. La peste, di cui ho già parlato, si era abbattuta su tutta la terra, eppure scampò non meno gente di quanta era morta, o perché non aveva preso il contagio o perché era guarita, pur avendolo preso. Ma non un solo romano riuscì a scampare a quest’uomo: come un’altra calamità celeste piombò sull’intero genere umano senza lasciare intatto nessuno. Alcuni li uccise senza motivo, altri li abbandonò alla morsa della povertà, rendendoli più miserabili dei morti: si auguravano la fine più orrenda come una liberazione dal loro stato; ad altri ancora, insieme alla vita, tolse anche le ricchezze Distruggere l’impero romano per lui era un nonnulla: si imbarcò nella conquista della Libia e dell’Italia col solo intento disterminare, insieme ai suoi sudditi di prima, anche gli abitanti di questi due paesi.