JOSHUA LEIFER Cos’è davvero Hamas

Da The Guardian, 21 marzo 2024, tradotto da «Internazionale», 1563, 17 maggio 2024

Hamas è stato fondato nel 1987 da alcuni militanti del ramo palestinese dei Fratelli musulmani durante la prima intifada, la rivolta popolare palestinese scoppiata dopo che un camion israeliano aveva ucciso quattro lavoratori palestinesi nel campo profughi di Jabalia a Gaza. II nome Hamas, che significa «zelo», è un acronimo di Harakat at muqawamah at islamiyyah, Movimento della resistenza islamica […].

I leader fondatori di Hamas erano per la maggior parte rifugiati, nati nell’attuale Israele e costretti a fuggire nella Striscia di Gaza durante quella che i palestinesi chiamano Nakba, la «catastrofe», quando circa 700 mila palestinesi furono costretti a lasciare le loco case nella guerra del 1948 […].

Lo statuto fondativo dell’organizzazione, del 1988, è un misto di citazioni coraniche, disquisizioni di dottrina islamica, proclami nazionalisti e complottismo antisemita. Quel documento definisce la terra di Palestina come un waqf; una fondazione islamica di cui non può essere ceduto neanche un centimetro perché «consacrata per le future generazioni musulmane fino al giorno del giudizio». Accusa i sionisti di aver istigato le rivoluzioni francese e bolscevica ed etichetta «i massoni, il Rotary e il Lions club» come «organizzazioni spionistiche distruttive» che facilitano il «nazismo degli ebrei». II testo subordina la lotta nazionale palestinese alla guerra religiosa […].

Fin dalla sua creazione si è discusso se il radicalismo islamico dello statuto fondativo rappresenti l’ideologia operativa dell’organizzazione. Alcuni studiosi di islamismo considerano la retorica religiosa di Hamas come una cornice dei suoi obiettivi nazionalisti, che sono il suo interesse centrale. Secondo Azzam Tamimi, autore del libro Hamas: a history from within, i leader avevano capito che crescendo il movimento aveva bisogno di presentarsi in modo più accessibile al mondo esterno. Un documento intitolato «Questo è ciò per cui lottiamo», scritto a metà degli anni novanta in risposta alla richiesta di un diplomatico europeo di fare chiarezza sugli obiettivi del gruppo, definì Hamas in termini diversi da quelli dello statuto. Hamas, si legge, è «un movimento di liberazione nazionale palestinese che combatte per la liberazione delle terre palestinesi occupate e per il riconoscimento dei diritti dei palestinesi». In un certo senso, la questione di come considerare Hamas deriva dal divario tra queste due modalità retoriche: jihad intransigente da un lato e linguaggio della resistenza anticoloniale dall’altro, cioè ideologia fondamentalista o pragmatismo politico […].

Anche se la leadership di Hamas non è sempre stata concorde sulle questioni teoriche, la persistenza dell’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza ha fornito un’unità di intenti al gruppo. Nel 1993, quando l’Olp guidata da Yasser Arafat riconobbe lo stato di Israele e rinunciò alla violenza firmando il primo accordo di Oslo, fu Hamas a prendere il testimone della resistenza armata e ad assumersi l’impegno di liberare tutta la Palestina storica […].

Durante tutti gli anni novanta Hamas, risolutamente contrario agli accordi di Oslo, ha intensificato la sua lotta contro Israele. Inizialmente, erano attentati con armi leggere, piccole bombe piazzate sul ciglio della strada e tentativi rudimentali di sequestrare soldati israeliani. Le cose cambiarono il 6 aprile 1994, quando un palestinese, su ordine di uno dei leader del braccio armato di Hamas, si fece saltare in aria a una fermata dell’autobus nella città di Afula, nel nord di Israele, uccidendo otto israeliani. Era una vendetta in risposta al massacro di 29 fedeli nella moschea di Abramo, a Hebron, compiuto due mesi prima da un estremista israeliano che sperava di far naufragare i colloqui di pace tra Israele e l’Olp. L’attentato suicida di Afula fu anche espressione della strategia militare che stava emergendo dentro Hamas. I leader del gruppo consideravano le morti dei civili il punto debole di Israele, ritenendo che avrebbero eroso la sensazione di sicurezza personale e alla fine avrebbero ridotto la determinazione israeliana.

Il fallimento dei colloqui di Camp David nel 2000 e lo scoppio della seconda intifada segnarono la trasformazione di Hamas in qualcosa di più che un semplice elemento di disturbo. Il gruppo s’impose come una vera sfida all’Olp e alle istituzioni dell’Anp, che si era formata da poco. Più Israele proseguiva nella costruzione delle colonie e consolidava l’apparato di occupazione militare, realizzando posti di blocco e muri, più sembrava che Al Fatah e l’Anp avessero capitolato e più la posizione intransigente di Hamas guadagnava consensi. Nei primi anni duemila il gruppo intensificò gli attentati suicidi, diversificando anche il suo arsenale. Nel 2001 lanciò i primi razzi dalla Striscia di Gaza.

Per i leader di Hamas, la validità della strategia della violenza sembrò essere confermata nell’agosto 2005, quando Israele cominciò a ritirare il suo esercito e più di ottomila coloni dalla Striscia di Gaza […]. Una conseguenza forse inaspettata del ritiro israeliano da Gaza fu che, anche se agli occhi di molti affiliati di Hamas sembrava riflettere il successo della lotta armata, proprio in quel momento il gruppo cominciò a spostare la sua attenzione verso la politica più convenzionale. In precedenza Hamas aveva per lo più boicottato il processo elettorale, sostenendo che la partecipazione sarebbe stata un riconoscimento degli accordi di Oslo. Ma stavolta, incoraggiato dal ritiro israeliano, Hamas si presentò alle elezioni legislative del 2006, candidandosi con un programma incentrato sulla lotta alla corruzione e sull’ordine pubblico. Con grande sorpresa di molti nell’Anp, in Israele e nell’amministrazione Bush, Hamas vinse con una schiacciante maggioranza. Il gruppo che aveva sempre rifiutato le istituzioni create in seguito agli accordi di Oslo ora aveva un mandato popolare per guidarle […].

In risposta alla vittoria elettorale di Hamas del 2006, gli esponenti di Al Fatah si rifiutarono di entrare nel governo guidato dal gruppo. lsraele rafforzò la chiusura della Striscia di Gaza. Gli Stati Uniti e l’Unione euro-pea tagliarono gli aiuti. Nell’autunno del 2006 uomini armati di Al Fatah e Hamas arrivarono al punto di compiere omicidi e sequestri, torturando gli affiliati dell’organizzazione avversaria, nonostante fossero ancora in corso i colloqui per l’unità. Il 14 giugno 2007, dopo cinque giorni di pesanti scontri a fuoco a Gaza, Hamas espulse I’Anp dal territorio, ritrovandosi in un ruolo completamente nuovo: da quel momento era responsabile della vita quotidiana a Gaza […].

Hamas non ha mai applicato la sharia, la legge islamica, nonostante la pressione di alcuni estremisti del movimento, ma ha tentato in maniera piuttosto disordinata di regolamentare la moralità pubblica. “Misure di islamizzazione sono proposte e poi ritirate quando i cittadini si oppongono”, evidenziava un rapporto del Crisis group del 2011. Allo stesso tempo, Hamas è stato bersaglio delle critiche dei gruppi salafiti più radicali per non aver imposto una ferrea legge islamica sul territorio. Nel 2009, quando alcuni salafiti allineati ad Al Qaeda dichiararono uno stato islamico nel sud della Striscia, le forze di Hamas li sbaragliarono con un attacco a una moschea di Rafah [….]

Per Israele, quello di Hamas a Gaza era diventato un governo utile, responsabile del sostentamento della popolazione assediata e di contenere le attività di altri gruppi armati, proprio come faceva l’Anp in Cisgiordania […]. Per Netanyahu questo assetto presentava un ulteriore vantaggio. Costringendo sotto due amministrazioni separate la Cisgiordania governata dall’Anp e Gaza controllata da Hamas, Israele ha mantenuto il movimento nazionale palestinese diviso, quindi più facile da gestire. Nell’arco di un decennio i governi di Netanyahu hanno contribuito a tenere in piedi l’amministrazione di Hamas a Gaza, agevolando il trasferimento di miliardi di dollari dal Qatar al gruppo islamista.