JORGE LUIS BORGES L’incontro in un sogno

Da «Nove saggi danteschi»

Superati i cerchi dell’Inferno e le ardue terrazze del Purgatorio, Dante, nel Paradiso terrestre, incontra finalmente Beatrice; Ozanam ritiene che la scena (certo una delle più stupefacenti che la letteratura abbia prodotto) costituisca il nucleo originario della Commedia. È mio proposito riferirla, riassumere cio che dicono gli scoliasti e avanzare qualche osservazione, forse nuova, di carattere psicologico.

La mattina del tredici aprile dell’anno 1300, nel penultimo giorno del suo viaggio, Dante, compiute le sue fatiche, entra nel Paradiso terrestre, che corona la vetta del Purgatorio. Ha visto il fuoco temporale e quello eterno, ha attraversato un muro di fuoco, il suo arbitrio e libero ed e retto. Virgilio lo ha mitrato e coronato facendolo signore di se stesso («perch’io te sovra te corono e mitrio»). Per i sentieri dell’antico giardino giunge a un corso d’acqua piu chiaro di qualsiasi altro, anche se gli alberi non lasciano che lo illumini né la luna né il sole. Si diffonde nell’aria una musica e sull’altra sponda s’avanza una processione misteriosa. Ventiquattro anziani in vesti bianche e quattro animali con sei ali ai fianchi, cosparse di occhi aperti, precedono un carro trionfale, tirato da un grifone; alla destra ballano tre donne, una delle quali è tanto rossa che nel fuoco la distingueremmo appena; alla sinistra, quattro, vestite di porpora, una delle quali ha tre occhi. Il carro si ferma e appare una donna col capo coperto da un velo; la sua veste ha il colore della fiamma viva. Non da ciò che vede, ma dallo stupore del suo spirito e dal tremore del suo sangue, Dante comprende che quella donna è Beatrice. Sulla soglia della Gloria sente l’amore che tante volte lo aveva trafitto a Firenze. Cerca rifugio in Virgilio, come un bambino impaurito, ma Virgilio non e piu accanto a lui:

Ma Virgilio n’avea lasciati scemi
di sé, Virgilio dolcissimo patre,
Virgilio a cui per mia salute die’mi.

Beatrice lo chiama per nome, imperiosa. Gli dice che non deve piangere la scomparsa di Virgilio ma le colpe commesse. Con ironia gli domanda come mai abbia accondisceso ad accedere a un luogo dove l’uomo è felice. L’aria si e popolata di angeli; Beatrice rivolta a loro enumera, implacabile, gli sviamenti di Dante. Dice che invano lo aveva cercato nei sogni e che il solo modo di salvarlo, giacché tanto in basso era caduto, era mostrargli i reprobi. Dante abbassa gli occhi, umiliato, e balbetta e piange. Gli esseri favolosi ascoltano; Beatrice lo obbliga a confessarsi pubblicamente… È questa, in brutta prosa, la miseranda scena del primo incontro con Beatrice in Paradiso. Theophil Spoerri fa questa curiosa osservazione (Einfuhrung in die Gottliche Komodie, Zürich, 1946): «verosimilmente anche lo stesso Dante si era immaginato Fincontro in termini tutt’affatto diversi. Niente nel suo poema fa pensare al fatto che ora incomba su di lui la maggiore umiliazione della sua vita».

Figura per figura, i commentatori decifrano la scena. I ventiquattro anziani, che incontriamo all’inizio dell’Apocalisse (4, 4), sono, secondo il Prologus Galeatus di san Girolamo, i ventiquattro libri del Vecchio Testamento. Gli animali con sei ali sono gli evangelisti (Tommaseo) o i Vangeli (Lombardi). Le sei ali sono le sei leggi (Pietro di Dante) o la diffusione della dottrina nelle sei direzioni dello spazio (Francesco da Buti). Il carro e la Chiesa universale; le due ruote sono i due Testamenti (Buti) o la vita attiva e quella contemplativa (Benvenuto da Imola) o san Domenico e san Francesco (Paradiso, XII, 106-111) o la Giustizia e la Pietà (Luigi Pietrobono). Il grifone – leone e aquila – è Cristo, per l’unione ipostatica del Verbo con la natura urnana; Didron sostiene che e il Papa, «che come pontefice o aquila si eleva fino al trono di Dio per ricevere i suoi ordini e come leone o re va per la terra con forza e vigore». Le donne che danzano alla destra del carro sono le virtu teologali; quelle che danzano alla sinistra, le cardinali. La donna dotata di tre occhi è la Prudenza, che vede il passato, il presente e l’avvenire. Appare Beatrice e scompare Virgilio, perché Virgilio e la Ragione e Beatrice la Fede. O anche, secondo Vitali, perché alla cultura classica ha fatto seguito la cultura cristiana.

Le interpretazioni citate sono certamente attendibili. Da un punto di vista logico (non poetico) esse giustificano con sufficiente rigore i dettagli dubbi. Carlo Steiner, dopo averne sostenute alcune, scrive: «Una donna con tre occhi è un mostro, ma il Poeta qui non si sottomette al freno dell’arte, perché gli importa più esprimere i concetti morali che gli stanno a cuore. Segno evidente che nell’anima di questo grandissimo artista l’amore del bene e non l’arte occupava il primo posto». Con minore enfasi, Vitali conferma quel parere: «L’affanno di allegorizzare porta Dante a invenzioni di dubbia bellezza».

Due fatti mi paiono indiscutibili. Dante voleva che la processione fosse bella («Non che Roma di carro cosi bello / rallegrasse Affricano»); la processione e di una complicata bruttezza. Un grifone legato a una carrozza, animali con ali cosparse di occhi aperti, una donna verde, un’altra cremisi, una terza sul cui volto ci sono tre occhi, un uomo che cammina dormendo sembrano appartenere meno alla Gloria del Cielo che ai vani cerchi infernali. Il fatto che alcune di queste figure provengano dai libri profetici («ma leggi Ezechïel, che li dipigne») e altre dalla Rivelazione di san Giovanni non ne attenua l’orrore. La mia censura non e un anacronismo; le altre scene paradisiache escludono il mostruoso1.

Tutti i commentatori hanno sottolineato la severità di Beatrice; alcuni, la bruttezza di certi emblemi; entrambe le anomalie, a mio parere, hanno la stessa origine. La mia non è, beninteso, che una congettura; la esporrò in poche parole.

Innamorarsi è dar vita a una religione il cui dio è fallibile. Che Dante abbia professato per Beatrice un’adorazione idolatrica è una verità innegabile; che lei si sia burlata di lui e l’abbia respinto sono fatti testimoniati nella Vita Nuova. C’è chi sostiene che sono immagini di altri fatti; se così fosse, la nostra certezza di un amore sventurato e superstizioso ne risulterebbe rafforzata. Morta Beatrice, perduta per sempre Beatrice, Dante gioco con la finzione di ritrovarla, per mitigare la tristezza; io personalmente penso che abbia edificato la triplice architettura del suo poema per introdurvi quell’incontro. Accadde allora ciò che di solito accade nei sogni, che tristi ostacoli li macchiano. Così fu per Dante. Rifiutato per sempre da Beatrice, sognò Beatrice, ma la sognò severissima, ma la sognò inaccessibile, ma la sognò su di un carro tirato da un leone che era un uccello e che era soltanto uccello o soltanto leone quando gli occhi di Beatrice lo riflettevano (Purgatorio, XXXI, 121). Tali fatti possono prefigurare un incubo: questo si precisa e si dilata nel canto successivo. Beatrice scompare; un’aquila, una volpe e un drago attaccano il carro; le ruote e il timone si coprono di piume; dal carro, allora, scaturiscono sette teste («Trasformato così ’l dificio santo / mise fuor teste »); un gigante e una puttana prendono il posto di Beatrice2.

Beatrice esistette infinitamente per Dante. Dante, molto poco, forse niente, per Beatrice; tutti noi siamo propensi, per pieta, per venerazione, a dimenticare questo penoso contrasto, indimenticabile per Dante. Leggo e rileggo le traversie del suo illusorio incontro e penso a due amanti che l’Alighieri sognò nella bufera del secondo cerchio e che sono emblemi oscuri, anche se egli non lo comprese o non lo volle, di quella felicita che non ottenne. Penso a Francesca e a Paolo, uniti per sempre nel loro Inferno («Questi, che mai da me non fia diviso»). Con un amore spaventoso, con angoscia, con ammirazione, con invidia, deve aver forgiato questo verso.