PAOLO VOLPONI Dialogo delle piante e del terminale

Da «Le mosche del capitale» (1989)

I ficus rabbrividiscono sotto il neon accanito di tutte le luci delle prime ore, quando passano le squadre dei controlli di sicurezza e della pulizia; e un poco di più ai primi squilli del telefono che precedono l’arrivo del dirigente. I ficus si rilassano nelle assenze semiilluminate, soffuse di deodorante, e si appoggiano sugli spessori biancastri delle finestre. Essi si ravvivano via via nelle attese, concentrando il colore verso lo spazio che sarà mosso e occupato dalla dirigenza. Impallidiscono nei duri colloqui. Frusciano di emozione mentale durante le stesure dei piani e delle strategie aziendali. Si inteneriscono per ciascuna nervatura e per tutte le radici nei momenti di promozione, nei trasferimenti ascensionali; e così quando si espande l’ambiente dirigenziale e la loro compita rassicurante presenza.
Nei vuoti semispenti e ronzanti di elettricità automatiche, i ficus patiscono fino a inorgoglirsi anche troppo di se stessi, soprattutto per il timore di essere trascurati. Sanno benissimo che non c’è di peggio nella cultura e nella società industriale e dell’impresa che l’essere trascurati, non convocati, ignorati anche solo per un annuncio. Allora insorgono contro la moquette e contro le tende: le disprezzano da sempre, ma adesso le attaccano cospargendole di ombre e anche di sputi e di seguito ancora con qualche bava attaccano la scrivania, il telefono, la poltrona, la porta. Tralasciano consapevolmente il terminale, conoscendo come esso sia potente, il nuovo favorito, e insieme indifferente, ma anche perché sperano che possa allearsi con loro. Almeno tacendo. Ma intanto strillano con chiarezza efferata:
– Non siete altro che dei supporti. Nient’altro che materiale appena acconciato. Ma messo proprio e solo nel senso e modo di servire. Non avete idee: vi prestate all’uso. Alle natiche ai gomiti alla schiena ai comandi di ogni tipo: manuali, orali, e anche a quelli automatici. Non avete distinzione, così come non avete specie. Non comunicate, non progettate, non ispirate, non trasformate. Non dirigete nulla. Noi siamo i veri elementi della direzione. Singolarmente e in équipe. Line e staff, research and development, marketing e work in progress. Noi siamo la creativa cultura industriale. Non abbiamo più legami con natura e climi ancestrali; niente ci inibisce e ci condiziona. Abbiamo lo spirito e il metabolismo dell’impresa. Noi pompiamo, trasformiamo, moltiplichiamo e diffondiamo risorse e beni, scienza e mercato, tecnologia e politica. I dirigenti guardano a noi per pensare e decidere; seguono il nostro verde e i rapporti del nostro ordine. Nessuno di loro ci ha mai colpiti o scalciati o addirittura scagliato via.
– Sì, ma qualcuno vi ha orinato addosso, o sputacchiato e anche vomitato.
– Sì, sì, ma qualcuno che non era più dirigente; che si buttava contro di noi appunto per colpire la direzione.
– Ma sono gli inferiori della pulizia che vi trasportano, vi depongono e vi spolverano; stirandovi proprio verso di noi, a guardare, a riverire e a consentire. Siete poco più di uno specchietto apprendista con scarsi titoli e pochissime doti. Tanto che nel nuovo progetto di arredamento è prevista la vostra rimozione. È ormai certo che la presidenza, l’amministrazione delegata e la direzione generale del nuovo palazzo uffici non saranno toccate dalla vostra presenza assurda e ingombrante.
– Sì, nel progetto probabilmente di un’impresa non più industriale, mutatasi in pura finanza, in esclusiva procacciatrice d’affari. Ma non in questa. Finché ci sarà ferro, gomma, rame, soda, carbone da trasformare; finché ci saranno macchine, forni, montaggi, bagni e magazzini e manodopera… uomini dipendenti… finché ci sarà tutto questo, ci sarà la vera industria e ci saremo noi. Noi siamo indispensabili non solo come una delle immagini più emblematiche, ma come uno dei fattori trainanti. Sicura fonte di risorse mentali, recupero, progetto, canale di energia. In questa vera industria. E badate che questo paese non può diventare – come possono immaginare gli arredatori esibizionisti e succubi di altri modelli… – non può diventare postindustriale se prima non è stato industriale. E questo noi lo comprendiamo e lo affermiamo in pieno. Voi fate solo dei salti, dei trasformismi, delle pseudoavanguardie; perché voi in realtà non contate e non sapete fare niente e allora volete inserirvi nella stabilità e nella incertezza dei trapassi, dove tutto è labile e quindi possibile. Ma sappiate che anche il più renitente dei burocrati di Stato, di partito o di chiesa possiede una poltrona, una scrivania, un telefono, una porta d’accesso.
– Ma come? Se nessuno mai vi rivolge la parola, un gesto, un impulso. Nessuno mai chiede il vostro concorso, la vostra competenza. Noi telefoni dittafoni registratori, noi sì che impartiamo ordini, soluzioni, dati a tutti, dentro e fuori l’azienda, dentro e fuori l’industria, dentro e fuori il paese. Noi siamo la vera direzione, la sua volontà e il suo linguaggio; la scienza, la filosofia, la letteratura dell’industria e anche la politica.
– Cosa dovrei dire io, poltrona? Dov’è che il dirigente, ciascuno e tutti, pensa lavora e decide? Lisciando la mia pelle, insistendo e cercando tra le mie pieghe, lungo i miei bracci, affondando la sua testa captante al calore della mia intima imbottitura.
– E io porta? Non è proprio la porta il primo segno della direzione, nella sua grandezza, posizione, selettività… limite, fermezza. Ogni comando e influenza si è sempre misurato con le porte: le porte di Ilio, di Roma, di Mosca, di Berlino e anche quelle dei continenti, geografiche e militari; dei templi, delle botteghe, dei comuni, dei quartieri, dei ghetti, dei carceri, dei teatri, delle università, dei tribunali, dei prefetti, dei padroni, dell’erario, le porte dei porti e delle strade… Cosa cercava Ulisse se non una porta? E così Dante e così tutti i veri ricercatori? E cosa cerca oggi l’avvocato G. A. o l’ingegner C. D. B. se non una porta sempre più alta, ferma esclusiva dominante invalicabile eppure apertissima, tanto da immettersi su tutto e tutti?
– E io scrivania? Io sono addirittura un fondamento. All’inizio dell’era industriale ero l’unica a distinguere la direzione. Il presidente stesso non aveva porta né telefoni né poltrone, non aveva nemmeno ufficio e tanto meno fiori e piante. C’ero solo io davanti a lui, di fronte a tutta la direzione gli uffici le fabbriche. Non posso ancora accettare la vostra presenza; siete tutti quanti il segno della involuzione di una cultura e della decadenza e divisione di un dominio. Non vi ascolto. Non mi affeziono nemmeno più a chi mi occupa: lo sento precario, sempre più come un usurpatore assediato.
Quella confessione accurata e insolita, più di psicologia sociale che individuale, quasi profetica e cosmica per quell’universo, fu seguita da una pausa. La sbloccarono i ficus proclamando: – Noi qui ovunque riusciamo a cambiare aria e a immettere ossigeno e immagini che inducono a immaginare.
– No, anche voi siete ormai tradizionali e inutili, ancora più che ingombranti, – intervenne con istantanea solennità il terminale. – Siete il segno di una stagione dell’industria: piante nane da relazioni umane. Ma oggi non è più il tempo delle human relations. Non servite alle automazioni, alle joint ventures, ai contratti; non influite sui costi né sui profitti. Siete ancora proiettati sulla trattativa, sulle mediazioni secondo le infiltrazioni politico-sociali e anche sentimentali. Non siete nemmeno patrimoniali, convertibili, frazionabili e non potete agganciarvi alla velocità del capitalismo odierno e favorire la sua assoluta astrazione. Siete ancora veri, perfino vivi.
I ficus rimasero seriamente a riflettere: sentirono sopra di loro l’attenzione partecipe di ciascun altro intorno. Proprio a questa si affidarono per trovare un punto di partenza. – Qui intorno c’è una realtà, – dissero. – Ma tu sei così finto da comprendere e restituire solo la tua finzione! Non senti i rumori di fuori e di dentro e non vedi mutare le luci e le temperature? Non riesci a sentire almeno, se proprio non ti è consentito capirlo, che sei stato fatto apposta per annullare la vera direzione e i diversi dirigenti? Tu sei stato costruito dalla negazione dell’industria e della sua cultura. Partorito da quel cinismo-ossessivo, tale, onnipotente, e ormai imperiale, che domina l’industria come una corona. L’industria vuol sfuggire a ogni realtà, compresa la sua. E tu devi aiutarla in questo annullando il tempo e lo spazio del reale. Ma noi restiamo qui dentro, anche perché vi dobbiamo tremare e sentire, e pertanto ci batteremo e forse ci salveremo nello scontro tra la simulazione e la realtà. Tu invece in quel momento verrai adoperato da una parte e dall’altra a fornire la dimostrazione più che palese che non sei un dirigente.
– Un dirigente? – rispose il terminale. – Cosa conta più un dirigente? Ormai è solo il suo sostantivo che corre tra i miei flussi, codificato con un rilievo e un carico non molto rilevanti. Debbo spiegarvi ancora che non ci sono più parti? Che esistono ormai solamente i programmi e il sistema che io posso stabilire e svolgere? Conta solo ciò che io introito codifico collego calcolo trasmetto. Tutto il resto fuori, anche gli impianti l’energia le società di ogni tipo, le persone fisiche e giuridiche, sono solo materiale; figure e volumi del passato, che io a mia discrezione posso immettere nel presente e svolgere nel futuro. Altrimenti ogni cosa resta fuori, a vivere in disordine la crisi; ciascuna nel modo che preferisce: politico, letterario, estetico… come vi pare; ma poi nemmeno tanto, perché anche in queste crisi io scarico le mie influenze. Ma su, non scoraggiatevi, continuate, tenetevi tutti insieme nei vostri ruoli, intorno e sotto di me. Ancora mi interessa la vostra compagnia. Siete tutti dirigenti se vi dirigete verso di me.