Roars, 10 aprile 2026
Da quest’anno la nuova «maturità» disegnata dal Ministero Valditara introduce una novità. All’orale è prevista la valutazione del «grado di maturazione» dello studente da parte della commissione. I commissari avranno a disposizione 5 punti su 20 per stabilire, secondo una dettagliatissima griglia ministeriale, se lo studente è più o meno maturo.
Da docente con 36 anni di esperienza, commissario e presidente d’Esame mi vergogno profondamente della nuova Griglia di valutazione dell’orale della Maturità 2026 da poco diramata: c’è anche (ed è un inedito) la definizione del «Grado di maturazione personale, di autonomia e di responsabilità raggiunto al termine del percorso di studio».
Un indicatore che, da solo, vale fino a 5 punti (sui 20 che può assegnare il colloquio):un quarto del peso totale. La griglia ministeriale divide in modo inequivocabile e assurdamente precisissimo i candidati in cinque fasce di punteggio
Livello I (0.50-1 punto): per chi «ha raggiunto un grado di maturazione molto parziale e un livello di autonomia e responsabilità incompleto».
Livello II (1.50-2.50 punti): Per chi «ha raggiunto un limitato grado di maturazione e di autonomia; necessita supporto per gestire scelte e responsabilità».
Livello III (3-3.50 punti): per chi e «ha un apprezzabile livello di maturazione; è in grado di assumere decisioni autonome e gestire con sicurezza scelte personali».
Livello IV (4-4.50 punti): per chi «ha un alto grado di maturazione, autonomia e responsabilità; è capace di riflettere criticamente sulle proprie scelte e sul proprio agire».
Livello V (5 punti) per chi «ha un elevato grado di autonomia e maturazione personale; sa gestire responsabilità significative in modo esemplare per gli altri».
Ma quale docente può avere l’arroganza di definire con 0,5 punti in più o in meno la personalità di un ragazzo? Da quando insegno cerco in tutti i modi di convincere i ragazzi che attraverso le valutazioni delle prove misuriamo delle prestazioni settoriali che dipendono da tantissimi fattori e non valutiamo né l’intelligenza (ci sono molteplici intelligenze che noi non valorizziamo) né tantomeno il valore delle persone. Noi passiamo da 2 a 5 ore alla settimana coi ragazzi e spesso non per tutto il quinquennio: possiamo solo misurare (e con scarsa precisione) i risultati di singole prove in particolari momenti della loro vita. Come possiamo arrogarci il diritto di valutarne personalità e crescita umana? Con quale formazione psicologica, con quale perfezione umana e professionale e con quali conoscenze della realtà dei ragazzi? E con una commissione di soli 4 membri (di cui 2 esterni) e un presidente che non li conosce?
Alcuni studenti hanno sbagliato indirizzo di studio, altri hanno retroterra scolastici o culturali carenti o hanno bisogno di più tempo per arrivare agli stessi risultati o hanno problemi familiari che compromettono la serenità nello studio o devono farsi carico anche delle difficoltà socioculturali dei genitori o sono atleti di alto livello che sacrificano ogni momento libero per stare in pari con lo studio. Come possiamo dare lo stesso punteggio in «maturità» a chi frequenta scuole elitarie al centro di Milano senza extracomunitari, senza handicap, con famiglie colte di professionisti da generazioni rispetto a chi a casa non ha nessuno che può aiutarlo o ad altri ancora con famiglie disfunzionail?
Ma anche riguardo a ragazzi con lo stesso background socioculturale noi sappiamo ben poco delle difficoltà o responsabilità che sanno assumersi. Un caso tra tanti: uno studente di elevato livello socioculturale a volte era assente senza dare motivazioni valide. Per caso ho incontrato in negozio la mamma col fratellino gravemente disabile e mi ha riferito che il piccolo spesso vuole giocare o stare insieme al maggiore, che è il suo idolo. Pensavo di aver di fronte un ragazzo viziato che stava a letto quando voleva. Invece sentiva la responsabilità del fratello, ma non voleva dirlo per non suscitare pietismo.
Io chiedo con disperazione a tutti i docenti e dirigenti di non accettare di farsi misuratori delle persone. Non è nelle nostre competenze e soprattutto non è da adulti educanti. Rifiutiamoci di classificare con un numero il valore di giovani in crescita! Non possiamo accettare questa ingiustizia verso ragazzi che si affidano a noi!
L’articolo è apparso su «La Stampa» del 9 aprile 2026