Futurismo

Nel 1909 [Marinetti] aveva inventato la fortunata parola «futurismo» e aveva fondato la scuola futurista. Era bensì una scuola all’aria aperta, ma non per questo platonica. I suoi principi enunciati tanto in francese quanto in italiano, dichiaravano un profondo disprezzo per il romanticismo, per il sentimentalismo e per tutto il passato con i suoi musei e cimiteri o, come egli diceva, con i suoi «chiari di luna». Tutte queste sciocchezze dovevano venir sostituite dal culto solare dell’avvenire futurista, i cui riti principali consistevano in «pugilato, salto e calcio». La religione degli sport e dei muscoli del ventesimo secolo ebbe il suo Giovanni Battista.

Gruppi di intellettuali energumeni, avventurieri, scrittorucoli, poetastri e imbrattatele, naturalmente o artificialmente scarmigliati, diventarono, col passar degli anni, suoi seguaci. Per quanto impastassero sulla tela i peli del pennello se dovevano dipingere un uomo con la barba, o scrivessero «tuff tuff» se dovevano parlare della locomotiva in corsa, cinque o sei di essi avevano doti potenziali che in seguito svilupparono per conto loro. La maggior parte, comunque, rimase cretina per tutta la vita.

Tutti insieme giravano da una città all’altra e si presentavano sui palcoscenici dei vari teatri d’opera a dar spettacolo e ad evangelizzare. Essi avevano bisogno di coraggio, non di talento; e lo avevano. Intrepidi, accoglievano le bucce di patate e le uova marce con cui il pubblico li ricompensava dei loro sforzi spirituali; più fitta era la grandine, e più grande sembrava il loro trionfo. L’orgia di pubblicità e di scandali che aveva accompagnato la gloria di D’Annunzio era stata uno scipito rinfresco in confronto a questa nuova specie di baccanale. L’idea di questa gente, che ebbe abbastanza successo, era di distruggere tutto quanto di fine e di delicato vi era stato in una tradizione poetica di più di sei secoli; deridendo la democrazia, applicavano alla letteratura i metodi più violenti della demagogia. Se ci fossero stati degli usignoli a cantare nei boschetti immortali del Petrarca e del Leopardi, essi li avrebbero fatti tacere uccidendoli.

Da Giuseppe Antonio Borgese, Golia