Da «L’anniversario»
Ogni limitazione della libertà porta però con sé un’istigazione a cercare degli espedienti per infilarsi tra le maglie. E così, se era l’importo della bolletta a stabilire il numero delle chiamate che era lecito effettuare, non c’era però motivo per cui non le si potessero ricevere. Si aprì allora l’era degli squilli, che erano la modalità con cui, da dentro casa, ciascuno di noi lanciava il suo segnale al mondo esterno. Era sufficiente far sapere agli amici, nel caso mio e di mia sorella, o ai parenti nel caso di mia madre, che eravamo disponibili a parlare per essere chiamati. Questo aggirava ogni regola connessa alla durata. Se poi lo squillo avveniva di nascosto da mio padre ancora meglio, perché ci smarcava da ogni forma di giudizio.
Per noi figli fu ossigeno infiltrato nella tenuta stagna della casa. Divenne un linguaggio vero e proprio, un codice morse per le orecchie. Con due squilli chiedevamo di essere chiamati, con uno solo dicevamo che li pensavamo. Sparivamo dietro la porta della cucina, digitavamo in fretta il numero sulla pulsantiera, e poi tornavamo fuori come nulla fosse. Il codice venne poi adottato anche dagli amici, soprattutto quello del saluto. A squillo fatto ne corrispondeva uno ricevuto. Casa nostra divenne così un bosco di trilli telefonici. Io e mia sorella li riconoscevamo, sapevamo attribuirli. Dicevamo «mio», perché l’altro non se ne appropriasse né coltivasse chissà quale illusione di essere pensato. Non so dire se questo infastidisse mio padre, di certo prevaleva in noi il piacere di averla fatta franca.
Per mia madre fu differente, perché non aveva persone a cui lanciare segnali se non la sua famiglia. Fu così che le conversazioni con sua madre, che chiamava appena riceveva uno squillo, smisero di essere brevi ma non di essere superficiali, dal momento che si svolgevano comunque a tiro di orecchio di mio padre. (Trasgrediva quando lui non era in casa? Lo escludo, avrebbe poi avuto un peso di informazioni, trascurabili o importanti, da nascondere al marito). A volte credo che quelle telefonate le procurassero uno sconforto e una frustrazione che non mostrava apertamente ma che nondimeno erano visibili a occhio nudo. Avendo mio padre stesso registrato lo squillo come metodo ufficiale, non c’era motivo per cui lei facesse una chiamata a nostre spese. Come noi ragazzi, anche mia madre digitava il numero, portava la cornetta all’orecchio e al primo squillo riattaccava, per evitare che una eventuale risposta facesse cadere la ghigliottina dello scatto
Lo squillo però era per sua natura quasi impercettibile. E se anche i nostri interlocutori erano ormai allenati a intercettarlo, per mille ragioni (il televisore acceso, una conversazione, l’aspirapolvere) poteva suonare inascoltato. Né era possibile avere certezza che gli altri di cui cercavamo di richiamare l’attenzione fossero davvero in casa. Ricordo l’insicurezza e l’intimorita ansietà con cui mia madre – che pure ai tempi era già madre di due figli adolescenti, ovvero quel che si sarebbe detto una signora – tornava più volte a premere le dita sulla pulsantiera senza che dopo succedesse niente. Per poi ripetere più volte il gesto, dirigersi in cucina di continuo, e far squillare il telefono in una casa probabilmente vuota. E quella patina di rassegnazione sulla faccia quando la domenica si concludeva senza aver ricevuto una chiamata, che per quanto in superficie le avrebbe comunque portato la voce di sua madre. E il tono con cui mio padre diceva «i tuoi non si sono fatti sentire», come chiosa.