Da «Il disperso di Marburg»
Gli scomparsi nel nulla, i «dispersi». Sono trascorsi già cinquant’anni, eppure quasi tutti i congiunti dei «dispersi» continuano a pensarli vivi, s’illudono, non disperano. Non una ma cento volte, nei lunghi giorni e nelle lunghe notti della ritirata di Russia, ho rischiato di diventare un «disperso». Bastava un niente per perdersi.
Prima a Slobin1, e poi a Udine2, noi i superstiti, i fortunati, avevamo ricostruito il ruolino della 46a Compagnia, e censito i caduti e i dispersi. Per ogni caduto occorreva un documento sottoscritto da due testimoni. Tutti gli altri assenti venivano inclusi nel lunghissimo elenco dei «dispersi»3.
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