P. A. QUARANTOTTI GAMBINI «Sei troppo calda per fare la serva»

Da «La rosa rossa»

Rosa era giunta alla fine del ponte, a Semedella, e aveva cominciato a salire le pendici del monte San Marco. Sin là conosceva la strada, ma più oltre temeva di smarrirsi. Tanto più che non voleva domandare ai contadini di quei paraggi, tra i quali dovevano esserci molti giovani, ov’era la casa di campagna del dottor Rascovich: immaginava che l’avrebbero guardata negli occhi con insolenza, come faceva Rosalia, la donna di servizio del dottore, e lei sarebbe diventata di fuoco.
Era arrivata sopra il primo ciglione della collina, quando, a una svolta, vide dinanzi a sé un colosso, con un sacco da montagna sulle spalle, che camminava a passi uguali e lenti. Doveva essere lui, Rascovich. A trovarselo davanti, il cuore le aveva fatto un balzo; e insieme, come ogni volta che lo rivedeva, provò un senso di soggezione, quasi di sgomento. Egli camminava guardando a terra, e aveva il capo calvo tutto scoperto; di tanto in tanto portava la sinistra al mento. Si accarezzava la barba, guardando sempre a terra e procedendo di quel passo.
Rosa non lo raggiunse. Temeva di essere veduta in sua compagnia, sebbene la strada fosse deserta. Gli camminò sempre dietro, a una certa distanza, contenta di farsi guidare da lui stesso, senza che lo sapesse, fino alla casa ove le aveva detto di venire quel pomeriggio, e di cui aveva cercato d’insegnarle la via.
A un certo punto il dottore infilo una stradetta fra i campi; poi raggiunse, e aperse con una chiave enorme, una piccola casa, dagli scuri verdi tutti chiusi, che pareva di contadini. Davanti c’era un terrapieno; lì Rosa si diresse e si fermò, voltandosi a guardare il panorama della città e del golfo.
A un tratto, senza che l’avesse udito avvicinarsi, se lo sentì accanto. La sua mano, grande, le si insinuava sotto il cappotto, e le cingeva la vita.
– Come mai? – disse. – Sei già qui? Sei arrivata prima di me?
Egli entrò di lì a poco in casa, e Rosa lo udì spalancare, a una a una le finestre con tanti colpi secchi degli scuri.
Poi le tornò vicino, e, siccome Rosa gli domandava perché sul terrapieno ci fossero soltanto i tronconi di alcuni alberi, egli le spiegò che aveva dovuto lui stesso tagliarli a quell’altezza perché, nelle giornate di bora, facevano scricchiolare, causa le radici che sprofondavano sotto le fondamenta, i muri della casa, così che pareva – aggiunse facendo risuonare la voce grave – d’essere in barca.
– Pareva d’essere in barca? – s’illuminò Rosa. – Che bello!
Il dottore non rispose.
Seguì un breve silenzio.
– Hai mai dormito sopra un pagliericcio fatto con le foglie del frumentone? – egli le chiese all’improvviso, cercandola e palpandola sotto il cappotto, e poi sotto la veste, che le aveva sbottonata.
La ragazza, da rossa, si fece pallida, e gli si accostò di più.
– Sì, a casa mia sempre, – rispose con poca voce. Aderiva con tutto il corpo, oltre la sottoveste, a quella mano, grande.
– Bene. Allora qui ti sembrerà d’essere in casa tua, – affermò l’uomo staccandosi e lasciandola. E, mentre egli imboccava la porta, a Rosa parve di udire nuovamente, ma era una voce che le parlava dentro, quelle sue parole: «Sei troppo calda per fare la serva».