THOMAS STEARNS ELIOT Gerontion

(1920)

Non sei né giovane né vecchio,
Ma è come se in un sonno dopo pranzo

Sognassi di entrambe queste età.

Sono qui, un vecchio in un mese secco
un ragazzo mi legge in attesa della pioggia.
Non fui ai cancelli di fuoco
non combattei nella pioggia calda
non combattei affondando ginocchia nella palude salmastra
agitando una sciabola tra i morsi delle mosche.
La mia casa è una casa caduta,
e sul davanzale sta acquattato l’Ebreo, il padrone,
generato in un bistrot di Anversa,
pieno di piaghe a Bruxelles, rappezzato e mezzo nudo a Londra.
La capra di notte tossisce nel campo sovrastante;
rocce, muschio, erbacce, ferraglia, merde.
La donna tiene la cucina, prepara il tè,
di sera starnutisce, picchiettando con le dita lo scolo irritato.
Un vecchio,
testa ottusa tra spazi di vento.
Segni presi per miracoli. «Vogliamo vedere un segno!»
La parola dentro una parola, incapace di dire una parola,
avvolta in fasce di buio. Nella giovinezza dell’anno
venne Cristo la tigre
Nel maggio depravato, corniolo e castagno, albero di Giuda in fiore,
per essere mangiato, per essere spezzato, per essere bevuto
tra i bisbigli; da Mr. Silvero,
con mani premurose, che a Limoges
camminò tutta la notte nella stanza accanto;
da Hakagawa, che si inginocchiava tra i Tiziano;
da Madame de Tornquist, che spostava candele
nella stanza buia; da Fräulen von Kulp
che nell’ingresso si voltò, una mano sulla porta.
Spole vacanti
tessono il vento. Io non ho fantasmi,
un vecchio in una casa di spifferi
ai piedi di un poggio ventoso.

Dopo questa conoscenza, quale perdono? Pensa ora,
la storia ha molti passaggi astuti, corridoi e varchi
forzati, ci inganna bisbigliando ambizioni,
ci guida con le vanità. Pensa ora,
ci dà solo quando la nostra attenzione è distratta
e ciò che dà, lo dà con tanta rapida confusione
che il dare affama il desiderare. Dà troppo tardi
ciò a cui più non si crede, o se ancora gli si crede
solo nel ricordo, passione riconsiderata. Dà troppo presto,
in deboli mani, ciò che crediamo ormai superfluo
così che il rifiuto propaga la paura. Pensa,
né la paura né il coraggio ci salvano. Vizi innaturali
hanno per padre il nostro eroismo. Le virtù
ci sono imposte dai nostri crimini impudenti.
Queste lacrime vengono giù dall’albero scosso della collera.
La tigre balza nel nuovo anno. Noi lui divora. Pensa ora,
non arriviamo a una conclusione se io
intirizzisco in una casa in affitto. Pensa infine,
che non ho fatto questo spettacolo per niente
e nemmeno perché costretto
dai demòni che si guardano dietro.
Vorrei c’intendessimo su questo punto, onestamente.
Io che ero vicino al tuo cuore ne fui cacciato
perdendo la bellezza nel terrore, il terrore nell’inquisizione.
Ho perduto la mia passione: che bisogno avrei di conservarla
se ciò che si conserva si corrompe?
Ho perduto la vista, l’olfatto, l’udito, il gusto, il tatto:
come potrei usarli per sentirti più vicino?
Questi, con mille piccole deliberazioni,
prolungano il profitto del loro gelido delirio,
eccitano la membrana con salse pungenti
quando il senso ormai si è raggelato, moltiplicano la varietà
in una foresta di specchi. Cosa farà il ragno,
sospenderà le sue operazioni, e la calandra
le ritarderà? De Bailhache, Fresca, Mrs. Cammell, gravitavano
oltre l’orbita dell’Orsa tremolante
in atomi franti. Gabbiano controvento, negli stretti pieni di vento
di Belle Isle, o in picchiata verso Capo Horn.
Piume bianche nella neve, i richiami del Golfo,
e un vecchio spinto dagli alisei
in un angolo pieno di sonno.
Inquilini della casa,
i pensieri di un cervello secco in una secca stagione.