ASCANIO CELESTINI Come li mangi gli spaghetti?

Da «Poveri cristi»

Sono Joseph. Ricorda il mio nome.
Io sono Joseph il seppellitore. Emigrante, schiavo, naufrago, detenuto, facchino e barbone.

Il comune del mio paese assume operai. L’avviso pubblico dice che non serve il diploma né le referenze e non c’è da fare l’esame. Praticamente significa che va bene pure uno scemo. Mi presento. «Io sono Joseph e cerco un lavoro», dico. Mi danno un pezzo di carta. «Questo è l’indirizzo».
Che mestiere è se vado bene anche io che ho studiato poco e non conosco mestieri preziosi e difficili? Che mestiere è se va bene pure uno scemo? Il numero civico sul pezzo di carta mi porta al cimitero. Un anziano mi accoglie. «Buongiorno». Mi mostra i tre strumenti del mestiere. Vanga a punta, vanga quadra e badile. <Che lavoro devo fare? Piantare fiori nelle aiuole?» dico.
«No», dice lui, «farai il lavoro che ho fatto io per quarant’anni. Il seppellitore».
Vanga a punta per scavare, vanga quadra per rifilare e badile per togliere e rimettere la terra.
Poteva andare peggio, c’è gente che vince il posto statale e diventa il boia.
Il vecchio seppellitore resta con me il primo giorno di assunzione e mi spiega tutto quello che devo sapere. «Speriamo che oggi muore qualcuno e ci portano la salma», dice. «Così ti spiego pure quello che si deve fare col corpo del morto». Purtroppo quel giorno non muore nessuno.
Dopo un’ora scarsa ho imparato quello che tocca imparare per seppellire la gente. Preparo tè. Alla fine della giornata il vecchio seppellitore dice: «Vieni a casa mia Ti offro la cena. Festeggiamo il tuo primo giorno di lavoro e il mio primo giorno di pensione. Ti cucino gli spaghetti».
Penso che nessuno festeggia con gli spaghetti. Tutti li sanno cucinare, non è un piatto di festa. Ma insomma vado a casa da lui e me li cucina. C’ho il piatto pieno di spaghetti, prendo coltello e cucchiaio, ma il vecchio seppellitore mi fa: «Come li mangi gli spaghetti?». Dico: «Come mi ha insegnato mia madre. Taglio gli spaghetti e li mangio col cucchiaio». <E tu pensi che gli italiani sono così scemi che si inventano una pasta lunga e poi la tagliano a pezzi per mangiarla?» dice. «Lo spaghetto si mangia con la forchetta». Infila la forchetta nel mucchio e arrotola un piccolo gomitolo di spaghetti. «Sono stato in Italia», dice, «e ho imparato a mangiarli con gli italiani che fanno in questa maniera». Così pure io imparo a prendere gli spaghetti alla maniera degli italiani. Dico: «Buoni questi spaghetti! Non li ho mai mangiati così buoni. Mia madre è una grande cuoca, lo dicono pure le vicine di casa che non c’è un’altra donna che cucina lo zighiní come lei. Ma gli spaghetti sono tanto più facili da cuocere. Metti gli spaghetti dentro alla pentola, poi ci metti l’acqua e accendi il fuoco. Quando si sono ammollati li tiri fuori e li mangi».
«E no», dice il vecchio seppellitore, «gli italiani mettono l’acqua nella pentola e la fanno cuocere senza spaghetti. Ce li mettono dopo, quando l’acqua è cotta perché bolle», Non ci credo. Quelli che sono stati all’estero ci raccontano solo bugie. Ma il vecchio: «Se la pasta che ho fatto io è più buona di quella che cucina tua madre ci devi credere. Gli italiani la cucinano così. Loro mangiano spaghetti tutto il giorno. Colazione, pranzo e cena. Per questo li chiamano «italiani spaghetti». Quando arrivi in Italia non ti chiedono il documento e manco il nome e cognome. Ti portano il piatto di spaghetti e quando sei capace a mangiarli con la forchetta diventi pure tu un «italiano spaghetti». I vecchi e bambini, i maschi e le femmine. Tutti mangiano gli spaghetti. Anche i cani e i gatti. Pure loro sono «spaghetti come tutti gli italiani». Questo mi dice il vecchio seppellitore. «Adesso vattene a dormire», dice, «e appena ti arriva il primo morto fammi chiamare se ti serve una mano d’aiuto».
Passa qualche giorno e mi portano il primo morto. Peccato che è la salma del vecchio seppellitore, così non mi ha aiutato nessuno. Se mi toccavi la fronte come si fa con i bambini e gliela toccavi anche al morto come si fa con i bambini, forse ce l’avevo più fredda io per la paura.