FEDERICO DE ROBERTO I Austriaci son chi, a quatter pass

Da «L’ultimo voto»

La notte era tutto uno scintillio: Arturo pareva un brillante nel castone di Boote; l’Orsa si ritraeva verso il nord, e da Cassiopea al Cigno ed all’Aquila la Via Lattea fasciava il cielo come una garza.
Tancredi precedeva i suoi uomini, lentamente, cautamente, pieno di gravi pensieri, compreso di religiosità. Chi era il morto che andavano a prendere? Un capitano – aveva detto Ricca. Il capitano Colombo, forse, così oscuramente scomparso, tanto ansiosamente cercato dalla vedova? Sullo strato di neve sempre più sottile, qua e là interrotto dagli orli neri e scabri del canalone, non giacevano tutti i morti della 5a compagnia? E dove erano gli spiriti di quei caduti, di tutti gli altri suoi compagni perduti negli altri campi di battaglia, fulminati dalle pallottole, squarciati dalle bombe, asfissiati dai gas, arsi dai lanciafiamme, maciullati dalle granate? Bisognava proprio credere che vivessero soltanto nella sua memoria, nella memoria dei superstiti, anch’essi morituri? E che cosa era mancato perché non fosse anch’egli rimasto contro i reticolati nemici, al Passo di Zevo, alla Vojonizza, in Val Cordevole? Un numero invece d’un altro, in un ordine telegrafico – ed egli sarebbe morto al posto del morto che andava a prendere. Chi avrebbe allora compiuto il misericordioso ufficio di sollevare il corpo suo, di riconoscerlo fra gli altri, di ricomporlo per la sepoltura?

[…]

Albeggiava quando i vapori si diradarono; ma allora, perché i suoi uomini non restassero esposti alla vista del nemico, egli li fece balzare in piedi e li ricondusse addietro, ricalcando in senso inverso le orme. Dopo l’uscita del sole la caligine tornò ad addensarsi: quindi la squadra riavanzò.
Un colpo di vento, verso le sette, squarciò l’umida e fumida cortina: Tancredi fece rifugiare i suoi sotto un costone, contento però di non avere smarrito la buona direzione: i reticolati si disegnavano a qualche centinaio di metri sul candore delle nevi.
Ricacciata in fondo alle vallate, la nebbia risalì col cadere del vento, sul meriggio. Allora egli riprese la via preceduto dal sergente maggiore e seguito dai quattro uomini, in fila indiana.
Benché la mina fosse quasi certamente creazione delle fantasie o fervide o paurose, non era male abbondare in precauzioni. Dopo una breve marcia, quando dovevano essere vicinissimi alla mèta, egli fermò il graduato ponendogli una mano sulla spalla: gli altri sopravvennero e fecero cerchio.
«Lasciate qui la barella», ordinò, «e distendetevi a dieci passi d’intervallo, da destra e da sinistra: io resto al centro. Ciascuno poi vada diritto innanzi. Chi tocca primo il reticolato procuri di avvertirne il vicino con un sibilo, ma fra i denti, che non l’odano i nemici se sono appostati lì dietro. Ognuno che udrà l’avviso lo ripeta: così ci raccoglieremo tutti intorno a chi avrà dato il primo. In caso di smarrimento, sapete la parola d’ordine: Filippo…».
«Forlì!» rispose il coro sommesso.
«Allora: avanti!».
Tacitamente gli uomini si staccarono da lui, due da una parte, tre dall’altra, scomparendo in mezzo alle volute dei vapori. La nuova avanzata ricominciò.
A due passi non si distingueva nulla: il velo che avvolgeva ogni cosa s’ispessiva tanto da impedire il passo quasi materialmente, come un muro. Tancredi temeva, rivoltandosi, di smarrire la direzione giusta. L’odore della nebbia era acre; la neve sgrigliolava forte sotto i piedi.
Un fievole sss!… venuto dalla sua destra lo avvertì che il reticolato era prossimo. E s’ avviò da quel lato dopo avere ripetuto il sibilo verso la sinistra.
La rete spinosa gli si parò dinanzi tanto improvvisamente che per poco non v’inciampò. Due forme stavano prone a saggiarla: Cioffa e Biolè, i due distaccatisi alla sua destra.
«Che c’è?» domandò loro, col solo fiato.
«Nagott, scior capitano…».
Con l’ossessione della mina, i soldati cercavano ancora di scoprirne qualche indizio. Ma a monte della pungente spalliera nulla si scorgeva sulla neve, neanche impronte di passi. Ad un tratto venne di là un forte scricchiolio, e una forma gigantesca si disegnò nell’ombra, ombra un poco più densa.
I due uomini puntarono i fucili; ma Tancredi li fermò col gesto.
«Filippo…».
«Forlì!».
Era il sergente maggiore, la cui grande figura pareva più grande fra la nebbia.
«Perché hai sconfinato?».
«Sor capitano, i’ rretiolato gliera ben basso: m’è saltato di dare una sbirciatina da qui’ llato».
«Che hai visto?».
«Un bel niente!».
E in quel punto un’altra ombra, anch’essa ingrandita dalla nebbia, apparve sulla sinistra: Saltabarile.
«E Pennacchioni?».
«So no, scior capitano…».
«Allora bisogna distendersi un’altra volta lungo la rete, due per lato. Uno della coppia che troverà la salma vi resterà a guardia; l’altro rifaccia il cammino e venga ad avvertirmi. Raccomando la massima prudenza e il più rigoroso silenzio. E nessuno oltrepassi la cinta, per nessuna ragione: mi sono spiegato?».
I quattro uomini scomparvero a due a due. Rimasto solo, Tancredi esaminò il reticolato.
Era schiacciato, acciaccato, scontorto; i fili di ferro si aggrovigliavano come lunghi ed esili rami d’un rampicante brutalmente manomesso e calpestato, spoglio di tutte le fronde. Quanta carne umana vi si era lacerata?
La nebbia si sollevava lentamente, ma senza disperdersi, come vaporasse dal suolo. Improvvisamente, nel pesante silenzio, un colpo di tosse. Veniva dalla parte del nemico: qualcuno vigilava, ora, di là dalla siepe sconvolta. Egli trasse la pistola e restò immobile, proteso, spiando. Ma tornò, greve e profondo, il silenzio.
Doveva essere stato un uomo di guardia. Se qualche buffata avesse disperso i vapori, a che cosa sarebbe servita l’arma corta contro il fucile della vedetta?
Passò un tempo incalcolabile. A un lieve e breve fruscio, dalla sinistra, egli si rivoltò. Una forma umana, allungata a terra, si avanzava strisciando.
«Biolè?».
La testa si sollevò.
«A terra, scior capitano! I Austriaci son chi, a quatter pass».
Riposta la pistola nella fondina, Tancredi si allungo anch’egli contro il suolo, sulla neve.
«Avete trovato la salma?».
«Sciorsì. Gho lassa’ de guardia el Cioffa. Ch’el vegna adree a mi».
Procederono uno dopo l’altro, strisciando lungo la cinta sempre più tormentata, tra i pali pencolanti e divelti. In quel punto l’azione aveva dovuto essere propriamente spaventosa.
«L’è chi…».
E Tancredi sorse in piedi, dimenticando il pericolo. La salma era piegata contro la siepe, col braccio sinistro, mutilato della mano, attorno al paletto; il ginocchio a terra; il braccio destro disteso e la pistola ancora spianata; il capo eretto e la mascella fracassata; l’elmetto tutto acciaccature, il petto crivellato come il disco d’un bersaglio; il viso mummificato, bianco come una maschera di cera, ma incorrotto; le palpebre chiuse, l’uniforme lacera. Stoffa, cuoio, membra, tutto era irrigidito e solidificato: pareva un’opera di scultura, un simulacro intagliato nella pietra e nel legno. Ma l’innumerabilità dei colpi, le mutilazioni, la fierezza dell’atteggiamento nella stessa caduta attestavano l’eroismo dell’immolazione.
Sottovoce, per la reverenza profonda, per la gran pietà, non più per cautela, Tancredi domandò ai due soldati, taciti anch’essi e compresi d’istintivo rispetto:
«Avete provato a rimuoverlo?».
«Signor sì…Si puol minga…».
Non si arrese all’assicurazione: probabilmente non avevano fatto abbastanza forte per paura della mina, della quale non c’era però il minimo indizio. Si accostò dunque al corpo, gli passò un braccio attorno al fianco e provò a staccarlo. Non si smosse d’una linea. Lo abbracciò più stretto: il dorso della mano, strisciando contro una delle spine di ferro, gli si lacerò e diede sangue.
«Sciornò, scior capitano: l’è minga bon de tirall su…».
Provò anche a togliergli la pistola dal pugno: le dita stecchite la serravano come una morsa; la pelle gelida e livida pareva quella d’un vecchio guanto.
«Le pinze».
Biolè le trasse dal tascapane.
«Taglia tutt’in giro la rete, in modo che resti isolato».
Il silenzio fu rotto dal zaffe-zaffe dello strumento che recideva il fil di ferro. E un tratto: ta-pum!
«A terra! Senza rispondere!».
Altri colpi echeggiarono, da destra; dopo una breve pausa ripresero, più fitti, dai due lati.
Un momento, Tancredi pensò se non fosse prudenza ordinare la ritirata. Ma non poteva abbandonare gli altri uomini che cercavano ancora dalla parte opposta, e non voleva lasciare in mano ai nemici i gloriosi avanzi dell’eroico compagno.
Quando il fuoco cessò, quando il silenzio tornò a regnare solenne, egli ordinò:
«Fuori il filo telefonico».
Cioffa svolse la cima della matassa che Biolè teneva con tutte due le mani, e gliela porse. Egli la passò ed assicurò attorno al corpo morto.
«Ora, indietro: allontanati d’una diecina di passi, e poi: forza!».
Il filo si venne svolgendo, via via che il portatore indietreggiava e spariva nella nebbia; a un tratto vibrò e si tese; ma la salma non si rimosse, e risonando il reticolato per lo strappo, una pioggia di pallottole rigò orizzontalmente l’aria.
«Indietro! Indietro!».
Diede egli stesso l’esempio a Cioffa che gli era restato accanto, e procedendo lungo il filo entrambi raggiunsero Biolè che lo tirava invano.
«Indietro ancora! Lascia svolgere altro filo, per avere un più forte braccio di leva».
Quando un’altra decina di metri furono svolti, i due soldati tirarono insieme a tutto potere e sentirono che la corda finalmente cedeva.
Un senso di pena atroce fece rabbrividire Tancredi, quasi che il corpo esanime potesse sentire lo strazio, quasi che egli stesso si sentisse strascinato al suolo a quel modo inumano come un sacco. Ma se non c’era altro mezzo senza esporre altre vite?
E sulla neve che l’aveva serbata intatta la salma strisciò incolume: quando apparve, quando giunse ai loro piedi, il pugno stringeva ancora la pistola, l’elmetto stava ancora calcato sul capo, tutte le membra restavano rattratte come erano state scoperte.
Altre ombre sorsero in quel punto dalla nebbia: il sergente maggiore e gli altri due uomini che tornavano indietro lungo il solco.
Poiché non c’era tempo da ricercare il sito dove era rimasta la barella, egli ordinò:
«Spiegate a terra il telo da tenda».
Disteso il sudario, la salma, presa dal dorso e dalle gambe, vi fu adagiata. I soldati si rialzarono; e allora Tancredi li guardò.
«Plotone, attenti!».
E portata la mano alla visiera, con voce velata dalla commozione, soggiunse:
«Presentate le armi!».
Allineati come in piazza d’armi, i cinque uomini che avevano sfidata la morte per salvare quella misera spoglia, la fissarono con gli occhi lucenti rendendo gli onori.
Poi i quattro soldati sollevarono dai quattro capi il telo, nel quale il corpo s’affondò come dentro una cuna, e s’avviarono.
Il carico era pesante: qualcuno dei portatori, imbarazzato dal fucile e dagli arnesi dei quali era carico, procedeva a stento, reggendo la sua cocca con tutt’e due le mani. Tancredi seguendoli a capo chino, col graduato a fianco, ordinava di tratto in tratto l’alt, perché tirassero il fiato.