EMANUELA BANDINI Questa scuola non è on demand

Le parole e le cose, 17 novembre 2025

La tornata di consigli di classe di ottobre-novembre è quella in cui vengono discusse e approvate, con la presenza dei rappresentanti dei genitori e, nelle scuole del II grado, dei rappresentanti degli studenti, le attività progettuali, le uscite didattiche e i viaggi d’istruzione: tutto ciò che una volta si chiamava “attività extracurricolari”.

L’impressione è che, negli ultimi anni, questi momenti, da occasione di confronto e discussione sul valore dell’insieme delle proposte didattiche formulate dai docenti, si stiano trasformando in una sorta di asta – al ribasso o al rialzo, decidete voi – in cui le famiglie valutano, sulla base di propri, personalissimi, criteri, la bontà di questo o quel progetto, chiedendone a gran voce la modifica o la cancellazione, pretendendo che vengano inserite più attività linguistiche/scientifiche/tecnologiche, esprimendo giudizi sulla destinazione di uscite e viaggi d’istruzione, pretendendone una diversa durata, un diverso costo o la presenza di questo o quel docente accompagnatore.

Sono meccanismi che, in modo più o meno consapevole, la scuola dell’autonomia ha creato e aggravato, nel tentativo di rincorrere l’utenza e i suoi presunti “bisogni” (definiti sempre più dalle famiglie e sempre meno dall’istituzione), che ormai sono diventati prioritari anche rispetto alle scelte didattiche. Lo si vede bene quando parte il grande circo degli open day: sono pochissimi i genitori che si interessano al tipo di didattica offerta da questa o quella scuola, o delle competenze di base richieste ai futuri studenti e studentesse; al contrario, sono ansiosissimi di avere informazioni su stage linguistici e lavorativi, soggiorni all’estero, laboratori pomeridiani, incontri con esperti, progetti di orientamento, viaggi d’istruzione… su tutto ciò che esula dall’attività in classe, insomma.

Per tali motivi, è importante che noi docenti per primi abbiamo ben chiari alcuni principi, sia per mantenere ancora quel poco di dignità professionale che l’orrenda vulgata degli ultimi anni ci ha lasciato, ma anche per rispondere quando le ingerenze esterne diventano troppo pressanti.

– Tutte le attività che esulano dalle lezioni in aula (e spesso anche quelle) vengono preventivamente vagliate, discusse e approvate da figure strumentali, referenti di progetto, gruppi di lavoro, Dipartimenti disciplinari, Collegio Docenti. Se qualcuna di esse, per qualche giustificato e verificato motivo, dovesse risultare di scarso valore, sarà cura dei docenti evitare di riproporla negli anni successivi.

In ogni caso, la scuola non può essere considerata alla stregua di un self service o, peggio, di un servizio di catering: le attività non si fanno perché lo desiderano le famiglie, o “piacciono ai ragazzi” o “nell’altro istituto fanno così e cosà”, ma perché sono inserite in un preciso progetto formativo. In ogni caso, nulla vieta ad un consiglio di classe non aderire ad alcuna attività extra diversa da quelle obbligatorie per legge (FSL ex PCTO, Orientamento, Educazione civica): il tempo per lavorare in classe non basta mai.

– Tutte le attività che si svolgono fuori da scuola si chiamano uscite didattiche o viaggi d’istruzione perché devono essere coerenti con gli obiettivi educativi e didattici, trasversali e disciplinari, stabiliti dal PTOF d’Istituto e dai consigli di classe. Per questo motivo, la presenza del docente di disciplina (che spesso è il proponente e l’organizzatore) è la garanzia della congruenza di tali uscite con quanto si fa in classe: affermare, come accade talvolta, che si possa svolgere un’uscita di tipo artistico senza l’insegnante di Arte (o sportiva senza l’insegnante di Scienze Motorie, o naturalistica senza quello di Scienze, continuate voi) significa non solo non riconoscere l’impegno progettuale richiesto da tali attività, ma anche ridurre la presenza dei docenti a quella di meri accompagnatori o sorveglianti. La scuola non è un’agenzia di viaggi né, tantomeno, un centro ricreativo, e i docenti non sono babysitter o animatori.

– Uscite didattiche e viaggi di istruzione hanno vincoli economici e logistici che, nella maggior parte dei casi, non dipendono dalla volontà dei docenti, ma dalla normativa vigente e da necessità amministrative e organizzative. Inoltre, nel caso della scuola pubblica, i tetti di spesa servono a garantire che tutti gli studenti e le studentesse abbiano la possibilità di partecipare ad attività che per alcune famiglie sono “normali”, per altre no. Può capitare che qualcuno debba partecipare di nuovo ad un’attività già svolta in passato, in altri contesti: probabilmente è molto più fortunato o fortunata di molti suoi coetanei, e sarebbe il caso che le famiglie cogliessero l’occasione per fare, insieme alla prole, una riflessione sul privilegio economico.

– Uscite didattiche e viaggi d’istruzione non rientrano, come da CCNL vigente, nelle attività obbligatorie per i docenti. Quindi, nessun docente può essere obbligato a parteciparvi o è tenuto a dare la disponibilità ad accompagnare (neppure con ordine di servizio del Dirigente Scolastico), né, peggio ancora, a giustificare alle famiglie le ragioni di una eventuale indisponibilità a farlo.

– Tutto il lavoro di progettazione, organizzazione e accompagnamento viene svolto a titolo gratuito: ai docenti accompagnatori, che firmano un’assunzione di responsabilità legale e di obbligo di vigilanza per tutta la durata dell’attività, non vengono riconosciute ore di straordinario, diarie o compensi extra, neppure quando l’uscita si svolge su più giorni, includendo i pernottamenti.

Moltissimi docenti si spendono volentieri, e senza remore, per le proprie classi, e non chiedono ringraziamenti né tantomeno applausi (uno stipendio al livello dei colleghi europei sarebbe gradito, non certo i quattro spiccioli del recente rinnovo), ma è dovuto pretendere, da sé stessi e dalle famiglie, il rispetto per l’enorme mole di lavoro sommerso, gratuito e spesso ad alto rischio giuridico che ci sobbarchiamo ogni volta che offriamo progetti e attività diversi dalla didattica in aula, soprattutto quando ci spingiamo oltre le colonne d’Ercole dei cancelli della scuola.