Da «16 ottobre 1943»
La sera del 26 settembre 1943, il presidente della Comunità israelitica di Roma e quello dell’Unione delle comunità italiane – tramite il dottor Cappa, funzionario della questura – erano stati convocati per le ore diciotto all’ambasciata germanica. Li ricevette, paurosamente cortese e “distinto”, il maggiore delle ss Herbert Kappler, che li fece accomodare e per qualche momento parlò del più e del meno, in tono di ordinaria conversazione. Poi entrò nel merito: gli ebrei di Roma erano doppiamente colpevoli, come italiani (ma meno di due mesi dopo, un decreto germano-fascista, auspici Rahn, Mussolini e Pavolini, doveva disconoscere agli ebrei d’Italia la cittadinanza italiana; e allora maggiore Kappler?), come italiani per il tradimento contro la Germania, e come ebrei perché appartenenti alla razza degli eterni nemici della Germania. Perciò il governo del Reich imponeva loro una taglia di cinquanta chilogrammi d’oro, da versarsi entro le ore undici del successivo martedì 28. In caso di inadempienza, razzia e deportazione in Germania di duecento ebrei. Praticamente: poco più di un giorno e mezzo per trovare cinquanta chili d’oro.
[…]
Il centro di raccolta era stato stabilito in un ufficio della Comunità. La questura, che da quest’ orecchio tornava finalmente a sentirci, aveva disposto un servizio d’ordine e di vigilanza. L’affluenza, infatti, era cominciata a diventare notevole. Al tavolo sedeva una persona di fiducia della Comunità; accanto a lui un orafo saggiava le offerte e un altro le pesava. Subito era stato fatto circolare l’avviso che non erano ammessi i contributi in denaro. Questo avrebbe impigrito l’afflusso del metallo: gli oggetti d’oro rappresentano spesso dei cari ricordi, che tendono a diventare più ricordi e più cari nel momento di separarsene; inoltre l’oro, in tempi di guerra e di calamità, suole considerarsi la migliore e più portatile risorsa per i frangenti estremi. Denaro invece ne sarebbe venuto parecchio, e rapidamente; ma avrebbe creato il problema, nonché il rischio, di trovare tutto quell’oro sul mercato clandestino. Peraltro il metallo già cominciava a far mucchio, molte persone si erano presentate a offrire dell’oro in vendita, quindi si cominciò ad accettare anche il contante e a fare degli acquisti, sulla base di prezzi assai oscillanti. Di grande aiuto in questa incetta fu la giornalaia di ponte Garibaldi.
Il martedì mattina, prima delle undici, il quantitativo era stato raggiunto, con anzi un residuo di oltre due milioni liquidi, che furono accantonati nella cassaforte della Comunità. La sala di raccolta venne chiusa a chiave: davanti la porta, con gli agenti di Ps, si sedettero gli orafi e alcuni rappresentanti della Comunità. Qualche tedesco melomane colturale e spiritoso avrebbe forse scherzato su questi Fafner a guardia del tesoro. Invece quella brava gente, siccome le mogli avevano portato loro da mangiare, lungi dal vomitare fiamme, si misero a far colazione in pace. Avevano la coscienza a posto. C’erano stati i momenti di angoscia, le consultazioni febbrili dell’orologio; ma tutto sommato si era fatto un buon lavoro.
Fu telefonato all’ambasciata germanica, per ottenere una dilazione di qualche ora. Era una cautela ad evitare che, visto il pronto successo, si aumentassero le pretese. Santa ingenuità degli astuti: come se i tedeschi non avessero avuto spie. Comunque, si ottenne che la scadenza fosse protratta fino alle diciotto: ora in cui tre automobili, dal lungotevere Sanzio, si avviarono con l’oro, i due presidenti, i due orafi e una scorta di agenti, sempre guidati dal dottor Cappa, alla volta di villa Wolkonsky.
Non che abbassarsi alla formalità di ricevere, di “incassare” quell’oro, il Kappler non degnò neppure mostrarsi. Fece dire in anticamera, da una segretaria, che la taglia doveva essere versata in via Tasso.
[…]
Fatto un primo controllo, i germanici su un tono che non ammetteva repliche, avevano eccepito che le scatole erano soltanto nove. Come non immaginarselo che gli ebrei avrebbero tentato di frodare il Reich? Per ritemprare la spada di Brenno, il ferro non manca mai. Discussioni lunghe, cavillose, drammatiche: il capitano Schultz ricusava ogni riscontro. Sin che poi, alla fine, rifatti quasi di prepotenza i conti e le pesate, le scatole erano risultate innegabilmente dieci, il quantitativo ineccepibile, anzi eccedeva di parecchi grammi. Senonché il capitano Schultz si era rifiutato di rilasciarne ricevuta.
Perché? Si pensò che i tedeschi non volessero lasciare documenti del sopruso. Ma i tedeschi hanno lasciato e lasciarono ben altri documenti: nelle fosse, nei carnai, nelle opere fatte saltare con le mine, nei saccheggi; a ogni loro passo ne hanno lasciati e ne lasciano, e tali che rimangono incisi, e per decenni rimarranno, sulla crosta dell’Europa. O forse nessuno osava mettere personalmente la firma sotto un simile documento? Gli accordi di Mosca sulle responsabilità e la punizione dei delitti di guerra non dovevano essere stipulati che parecchie settimane appresso: ma nella coscienza dei criminali c’è sempre il senso di una fatalità del castigo. Più verosimilmente: la spiegazione del rifiuto va cercata nei fatti che seguirono, ammesso che per i tedeschi, inventori della teoria della carta straccia possa una qualunque ricevuta o scrittura costituire vincolo o impegno.
Sapeva già il capitano Schultz quello che si preparava per l’indomani? Indubbiamente lo sapeva il maggiore Kappler delle ss, perché furono reparti delle ss quelli che la mattina dopo, 29 settembre, si presentarono alla Comunità e asportarono archivi, documenti, registri, tutto quanto trovarono, compresi naturalmente i due milioni liquidi avanzati dalla raccolta dell’oro. A parte questo, la visita non fu molto fruttuosa: gli arredi del Tempio e gli oggetti di pregio erano già stati messi in salvo. Che fu, crediamo, una delle pochissime precauzioni prese dagli ebrei.