ANNALISA SCASSANDRA Il mare e il pino

C’era il mare e c’era un pino.
Ognuno esisteva a modo suo, l’uno indipendentemente dall’altro: il mare esisteva senza il pino e il pino esisteva senza il mare.
Un giorno il mare e il pino capitarono nello stesso luogo.
Il pino stava bene lì vicino al mare, anche se non lo sapeva; il mare si era accorto del pino, gli piaceva moltissimo. Era un mare senza odore, un po’ triste: si perdeva sulla spiaggia infinita di sabbia scura, coi gabbiani stanchi che svolazzavano su quell’azzurro cangiante alla ricerca di qualche pesce.
Il mare percorreva instancabile avanti e indietro la linea dell’orizzonte, in un eterno andirivieni uguale e diverso; cercava di raggiungere la terra, gettando le sue onde il più lontano possibile, ma poi si pentiva e se le andava a riprendere nuovamente.
Il pino, alto e severo nel suo distaccato slancio verso l’alto, era nel complesso un po’ buffo, nonostante la sua forma elegante e singolare.
Il mare cambiava colore a ogni sfumatura del cielo, il pino, invece, restava sempre uguale, immobile e duro, con quella corteccia grigia e nera che pareva spaccata in più punti, che quasi dava l’impressione di potervi vedere dentro. Era un’illusione. Il pino non mostrava nulla. Mentre il sole, le nuvole, la pioggia e il vento rivelavano i sentimenti del mare, il pino immobile bucava il cielo con i suoi aghi verdi, ma nulla di lui trapelava all’esterno. Nessun tempo, nessuna stagione parevano smuoverlo. Solo il vento impetuoso riusciva ad agitare per breve momento quel buffo ombrello, lasciando sul terreno aghi secchi e pigne piene di pinoli. Lui dall’alto sembrava quasi non accorgersene, mentre, imperterrito, guardava sempre su coi suoi rami appuntiti a tentare di pungere il cielo che, più immobile di lui, lo lasciava fare con serena condiscendenza.
Il mare, che viveva la sua vita in orizzontale, era profondamente incuriosito dal pino e dalla sua altezza. Nel suo eterno andirivieni ogni tanto gli buttava delle occhiate, curioso di quella vita lassù in alto che il mare poteva soltanto immaginare. Allora chiamava insistentemente il pino col rumore della risacca, cercava di farsi notare da lui, mostrandosi senza timore: gli rivelava quando era arrabbiato con onde alte che spruzzavano acqua e schiuma, cercava di blandirlo con la dolcezza della bonaccia, offrendo la calma riposante di una tavola blu. Il pino non poteva vederlo, era sempre rivolto su, in alto, a guardare il cielo, fissando quei puntini luminosi nel tappeto buio, le nuvole candide spalmate nell’azzurro, struggendosi nel rimpianto di non essere abbastanza alto per raggiungere tutte quelle cose: di ciò che v’era in basso non si curava.
Il mare, nonostante tutto, seguitava ad offrirgli lo spettacolo di azzurrità multicolori, si vestiva dell’oro di mille pagliuzze nel sole del meriggio, diventava livido e spumoso nel grigio incombere di un temporale, mescolando la sua acqua salsa con la pioggia dolce. Tutti restavano incantati a guardarlo e ad ascoltare il rumore dello sciabordio lento e sempre uguale, ma al mare tutto quello non interessava, perché da quando si era accorto del pino aveva un solo desiderio: che il pino lo guardasse per un momento, che rivolgesse quella strana chioma a ombrello verso di lui e si specchiasse nei suoi riflessi azzurri, affinché scorgesse l’anima profonda del mare immersa nelle acque salse.
Un giorno arrivarono degli uomini armati di seghe: dovevano tagliare i rami del pino, perché secondo loro erano pericolosi. Il mare, durante una delle sue solitarie contemplazioni del pino, li vide, si rese conto del pericolo e cercò di impedire agli uomini di salire sul tronco per lavorare, sollevando le onde più alte che poteva creare e così gli uomini, impauriti dal vento, dovettero arrendersi e rinunciare.
Il pino e i suoi rami erano salvi e il mare attese speranzoso un cenno di gratitudine da parte sua, ma questi non gli mostrò alcun segno di riconoscenza.
Il mare, inutile dirlo, ci restò malissimo: con dolore si rese conto che al pino interessava solo il cielo e che, per quanto potesse adoperarsi, il pino non lo avrebbe mai degnato di un solo sguardo. Così calmò le sue onde, livellò la superficie dell’acqua che si fece liscia come l’olio; il vento cessò e anche le onde minacciose.
Gli uomini allora, visto che non c’era più pericolo, decisero di riprovare. Scalarono con i loro rampini il tronco del pino, giunsero facilmente in cima e iniziarono a tagliare i rami uno ad uno. Il pino sentiva dolore, voleva opporsi a quegli uomini, ma era impotente: non c’era vento e non poteva cacciarli. Il mare placido e liscio s’infrangeva con piccole onde sulla spiaggia nera. Nel frattempo vedeva i rami cadere uno a uno sulla terra e non poteva fare a meno di sentirsi triste; sapeva che, se avessero tagliato tutti i rami al pino, esso non avrebbe più potuto guardare il cielo che tanto amava. Quel pensiero lo rattristò e lo fece diventare grigio all’improvviso. Intanto il lavoro degli uomini procedeva alacremente, restavano pochi rami ancora attaccati al tronco, quelli più in alto, quelli più vicini al cielo.
Il mare non riuscì più a restare indifferente. S’ingrossò, le sue onde divennero enormi torri di acqua e spuma che si attorcigliavano su verso l’alto in mille gorghi grazie al vento violento. Mai aveva prodotto onde così grosse. Una forza disperata muoveva quelle enormi masse salse fin dalle profondità più remote dei suoi abissi, trasportandole su verso quel cielo così misterioso. Qualche spruzzo finì sul tronco del pino che il vento agitava; gli uomini non vi riuscirono a restare attaccati e precipitarono a terra assieme ai loro rampini, senza aver potuto finire di tagliare gli ultimi rami. Al sentire il contatto con le gocce d’acqua il pino realizzò che era stato il mare a salvarlo e lacrime di resina colme di gratitudine scesero lungo il suo tronco duro e rugoso, arrivando giù fino all’acqua salata.
Il mare accolse quelle lacrime di resina nelle sue acque cangianti ed esse, scendendo negli abissi, divennero perle preziose, immortali, che il mare custodì gelosamente nei suoi scrigni di conchiglia.
Il pino continuò a guardare in alto e a sognare il cielo. Ogni tanto lacrime di resina scendono tra le spaccature più profonde del tronco. Forse sta pensando al mare.