TORQUATO TASSO Valore del principio di unità

Da «Discorsi dell’arte poetica», Discorso secondo

Concedo io quel che vero stimo, e che molti negarebbono; cioè, che ‘l diletto sia il fine de la poesia. Concedo parimente quel che l’esperienza ci dimostra; cioè che maggior diletto rechi a’ nostri uomini il Furioso, che l’Italia liberata, o pur l’Iliade o l’Odissea. Ma nego però quel ch’è principale, e che importa tutto nel nostro proposito; cioè, che la moltitudine de le azioni sia piú atta a dilettare, che l’unità; perché se bene piú diletta il Furioso, il qual molte favole contiene, che la Italia liberata, o pur i poemi d’Omero, ch’una ne contengono; non avviene per rispetto de la unità o de la moltitudine, ma per due cagioni, le quali nulla rilevano nel nostro proposito. L’una, perché nel Furioso si leggono amori, cavallerie, venture ed incanti, e in somma invenzioni piú vaghe e piú accomodate a le nostre orecchie, che quelle del Trissino non sono; le quali invenzioni non sono piú determinate a la moltitudine che a la unità: ma in questa ed in quella si possono egualmente ritrovare. L’altra è perché ne la convenevolezza de le usanze, e nel decoro attribuito a le persone, molto piú eccellente si dimostra il Furioso, Queste cagioni sí come sono accidentali a la moltitudine e a l’unità de la favola, e non in guisa proprie di quella, che a questa non siano convenevoli; così anco non debbono concludere, che piú diletti la moltitudine che l’unità. Perciò che essendo la nostra umanità composta di nature assai fra loro diverse, è necessario che d’una istessa cosa sempre non si compiaccia, ma con la diversità procuri or a l’una, or a l’altra de le sue parti sodisfare. Una ragione sola, oltre le dette, si può immaginare molto più propria de le altre: questa è la varietà; la quale essendo in sua natura dilettevolissima, assai maggiore diranno che si trovi ne la moltitudine, che ne la unità de la favola. Né già io niego che la varietà non rechi piacere; oltre che il negar ciò sarebbe un contradire a la esperienza de’ sentimenti, veggendo noi che quelle cose ancora, che per sé stesse sono spiacevoli, per la varietà nondimeno care ci divengono; e che la vista de’ deserti, e l’orrore e la rigidezza de le alpi ci piace doppo l’amenità de’ laghi e de’ giardini; dico bene, che la varietà è lodevole sino a quel termine, che non passi in confusione; e che sino a questo termine è tanto quasi capace di varietà l’unità, quanto la moltitudine de le favole: la qual varietà se tale non si vede in poema d’una azione, si deve gredere che sia più tosto imperizia de l’artefice, che difetto de l’arte; i quali per iscusare forse la loro insofficienza, questa lor propria colpa a l’arte attribuiscono. Non era per aventura cosí necessaria questa varieta a’ tempi di Virgilio e d’Omero, essendo gli uomini di quel secolo di gusto non cosí isvogliato: però non tanto v’attesero, benché maggiore nondimeno in Virgilio che in Omero si ritrovi. Necessariissima era a’ nostri tempi; e perciò dovea il Trissino co’ sapori di questa varietà condire il suo poema; se voleva che da questi gusti sí delicati non fosse schivato: e se non tentò d’introdurlavi, o non conobbe il bisogno, o il disperò come impossibile. Io, per me, e necessaria nel poema eroico la stimo, e possibile a conseguire. Però che, sí come in questo mirabile magisterio di Dio, che mondo si chiama, e ‘l cielo si vede sparso o distinto di tanta varietà di stelle; e discendendo poi giuso di mano in mano, l’aria e il mare pieni d’uccelli e di pesci; e la terra albergatrice di tanti animali cosí feroci come mansueti, ne la quale e ruscelli e fonti e laghi e prati e campagne e selve e monti si trovano; e qui frutti e fiori, là ghiacci e nevi, qui abitazioni e culture, là solitudini ed orrori; con tutto ciò, uno è il mondo che tante e sí diverse cose nel suo grembo rinchiode, una la forma e l’essenza sua, uno il modo, dal quale sono le sue parti con discorde concordia insieme congiunte e collegate; e non mancando nulla in lui, nulla però vi è di soverchio o di non necessario: cosí parimente giudico, che da eccellente poeta (il quale non per altro divino è detto, se non perché al supremo artefice no le sue operazioni assomigliandosi, de la sua divinità viene a partecipare) un poema formar si possa, nel quale, quasi in un picciolo mondo, qui si leggano ordinanze d’eserciti, qui battaglie terrestri e navali, qui espugnazioni di città, scaramucce e duelli, qui giostre, qui descrizioni di fame e di sete, qui tempeste, qui incendi, qui prodigi; là si trovino concili celesti ed infernali, là si veggiano sedizioni, là discordie, là errori, là venture, là incanti, là opere di crudeltà, di audacia, di cortesia, di generosità; là avvenimenti d’amore, or felici, or infelici, or lieti, or compassionevoli; ma che nondimeno uno sia il poema, che tanta varietà di materie contegna, una la forma e la favola sua, e che tutte queste cose siano di maniera composte che l’una l’altra riguardi, l’una a l’altra corrisponda, l’una da l’altra o necessariamente o verisimilmente dependa; sí che una sola parte o tolta via o mutata di sito, il tutto ruini.

        Questa varietà sí fatta tanto sarà piú lodevole, quanto recarà seco piú di difficultà: però che è assai agevol cosa, e di nissuna industria, il far che in molte e separate azioni nasca gran varietà d’accidenti, ma che la stessa varietà in una sola azione si trovi, hoc opus, hic labor est. In quella che da la moltitudine de le favole per sé stessa nasce, arte o ingegno alcuno del poeta non si conosce, e può essere a’ dotti e a gli indotti comune; questa totalmente da l’artificio del poeta depende, e come intrinseca a lui, da lui solo si riconosce, né può da mediocre ingegno essere asseguita. Quella, in somma, tanto meno dilettarà, quanto sarà piú confusa, e meno intelligibile; questa, per l’ordine e per la legatura de le sue parti, non solo sarà piú chiara e piú distinta, ma molto piú portarà di novità e di meraviglia. Una dunque deve esser la favola e la forma, come in ogni altro poema, così in quelli che trattano l’armi e gli amori de gli eroi e de’ cavallieri erranti, e che con nome comune poemi eroici si chiamano

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