Cosa (non) leggo

I
[circa gennaio 2007]

Annoto una frase che ho letto a pagina 245 di Una cosa da nulla di Haddon: «I fiorai furono decisamente villani. Sì, potevano ancora farci stare il lavoro, ma a prezzi maggiorati. Katie ribatté che avrebbe comprato i suoi fiori da una persona più gentile e mise giù il telefono, al colmo di uno sdegno eccitante che non provava da un sacco di tempo, e pensò: In culo i fiori».

Haddon l’ho finito, adesso leggo Alice nel paese delle meraviglie edizione Feltrinelli con traduzione di Aldo Busi, ma ho anche quella Einaudi, è un libro che dovrebbero leggere tutti, a ogni livello di istruzione. Se penso che nessuno me l’aveva mai consigliato. Ma che dico consigliato: obbligato. Le battute dei personaggi assomigliano a tante dichiarazioni politiche che oggi si possono ascoltare nei tg. Per sopramercato mi sono letto anche Attraverso lo specchio dove ho trovato la citazione che mi aveva spinto a leggere l’una -Alice- e l’altro: «”Quando io uso una parola -ribatté Bindolo Rondolo piuttosto altezzosamente- essa significa precisamente ciò che voglio che significhi… né più né meno” “Bisognerebbe sapere -disse Alice- se voi potete dare alle parole molti significati diversi” “Bisognerebbe sapere -rispose Bindolo Rondolo- chi ha da essere il padrone… ecco tutto”».

Chiusa la partita Carroll ho letto metà di un libro di Carrére che si intitola La settimana bianca. Sul quale non mi esprimo.

Come non mi esprimo su C’era una volta un re ma morì che ritengo un libro inutile salvo (forse) la fiaba di Gioele Dix.

Così finalmente ho attaccato Stiglitz. Il titolo è La globalizzazione che funziona. Il libro ha mantenuto le sue promesse, tranne che per un po’ di fatica finale.

Trovo avvincente, ma non del tutto convincente la Trilogia della città di K. di Agota Kristof di cui ho ampiamente superato la metà dopo quattro giorni. Ci sono delle battute che sembrano dei colpi di pistola. Cose terrificanti sono raccontate al grado zero delle sensazioni e questo è buono. Però delle volte dopo aver letto cinquanta o sessanta pagine tutte di un fiato ti chiedi ma cosa ho letto? Tutta la struttura è quella delle scatole cinesi. Il macrotesto contiene tre romanzi legati tra loro da un filo. Ciascuno sviluppa una prospettiva dove si rappresenta un diverso livello di finzione.

Questa struttura non mi sembra del tutto riuscita: ogni narratore dice ora ti racconto io come sono andate veramente le cose. Alla fine tutto l’insieme perde coesione. Weir, parlando a distanza di anni di Picnic at Hanging Rock diceva Ho abituato il pubblico a non aspettarsi un finale tipo soluzione di un giallo. Ecco quello che fa Pamuk: ad un certo punto non ti importa più niente di sapere chi è l’assassino leggi solo perché sei avvolto nella magia del testo. Però questa sensazione diventa sempre più fumosa. Pamuk ti attacca un finale da action – thriller che però non c’entra niente. In sintesi La Trilogia della città di K è il libro migliore che ho letto dai tempi del Mondo nuovo di Huxley

II. Cosa [non] leggo
5 febbraio 2007

Certi libri non si leggono per paura. O perché ci sembrano troppo impegnativi. Rinviati a tempi più consoni. Occasione e paura insieme, motivaziome mista. Io i mattoni li leggo. Nel senso che un libro voluminoso non mi intimidisce. Quest’anno ho letto Pamuk, sto leggendo Stiglitz, ho letto Il complotto contro l’America di Philip Roth e mi sono comprato Pastorale americana. Mi sono fermato davanti a Infinite Jest non perché è un libro di mille pagine ma perché è scritto con il carattere piccolo che si usa normalmente nelle note. Cosa che non mi intimidisce bensì mi infastidisce. Anzi, mi manda letteralmente in bestia. Ho fatto il correttore di bozze per sei anni. Ho già dato.

Mia madre teneva un libro di questo spessore sul comodino. Mi pare Grossmann. Non David. Un giorno l’ha finito e ha proclamato: ci ho messo un anno. Suppongo che abbia detto anche uff. Io mi sono fatto durare tre mesi Il secolo breve di Hobsbawm, ma non era un romanzo sentimentale. La Storia del Terzo Reich di Shirer mi è durata un mese e mezzo. Un mese tondo per leggere Doctor Faustus di Thomas Mann. Letto quasi tutto sulla metro, Santa Maria del Soccorso Laurentina andata e ritorno. Al tempo del mio primo esame di maturità da commissario. Due mesi per L’uomo senza qualità, al secondo tentativo. Cent’anni di solitudine, citato, tre giorni per la prima lettura. Una settimana per la seconda. Questo è l’unico libro che ho letto camminando per la strada. Una settimana anche per Delitto e castigo, avevo frainteso il regolamento della biblioteca. Sei giorni per divorare Senior Service. Letti al ritmo di cinquanta sessanta pagine al giorno i primi tre volumi dell’autobiografia di Simone de Beauvoir. Centocinquanta in una sola mattinata: Il giorno del lupo di Lucarelli. Se penso che ci sono voluti circa quindici giorni a cinquanta minatori sovietici per piazzare una lastra di cemento armato sotto il nucleo di Chernobyl dopo il disastro. Mi rendo conto che la lettura non è il modo più nobile di impiegare il tempo.

Non ho mai letto Guerra e pace, Il rosso e il nero, La Certosa di Parma, Ulisse, Anna Karenina, La Recherche, Arcipelago Gulag. Quasi tutti a portata di mano. Ho letto poche pagine di Horcynus Orca per poi abbandonarlo. Non ho letto L’educazione sentimentale e neppure I miserabili. Ho abbandonato i Dialoghi con Leucò e Una vita violenta. Colleziono volumi della biografia di Mussolini di De Felice sapendo che non li leggerò mai. Non ho letto La distruzione degli ebrei d’Europa di Hillberg. Non l’ho comprato per un motivo perfettamente speculare e quindi mi riprometto di comprarlo quando avrò voglia di leggerlo. Oppure mai.

Non c’è un libro che uno non può non aver letto. Anni fa avevo appuntamento con una coppia di amici miei sotto il balcone di palazzo Venezia. Dopo un incredibile ritardo arriva Francesca da sola. Dice: Luca mi ha mollato perché non ho mai letto un libro di Sartre. A ventiquattro anni uno non può non aver letto un libro di Sartre. Luca era sceso dall’autobus ed era tornato a casa. Allora si poteva litigare per un argomento del genere. Non era una scusa, la cosa ha avuto uno strascico a una festa, pochi giorni dopo. Certo, quei due non se la passavano bene.

Per questo motivo non ho la presunzione, o l’utopia, di far leggere agli studenti libri che non leggerebbero mai se io non li obbligassi. Se volevo instillare l’odio per un classico bastava sottometterlo alla loro lettura. Sono appena reduce dalle proteste per la Metamorfosi di Kafka. Un quindicenne scrive: Non mi piace molto perché è pesante, e su questo ci posso stare, perché i personaggi sono inutilmente crudeli. E questo già mi fa riflettere. E soprattutto perché Kafka, id est, fa una tragedia di circa dieci pagine per dire che si deve girare nel letto e non ci riesce. Se dovessi dargli un voto, conclude, sarebbe un cinque. Ritenterò, ma intanto, per la prossima lettura sto pensando a qualcosa di più leggero. Qualcosa che lasci poco spazio all’immaginazione.

Con i classici me la cavo abbastanza. Non leggo libri à la page, libri di classifica o roba che puzza, da lontano tre metri, di ipercoop: non so se si possono iscrivere a questa categoria Pennac, McEwan, Yehoshua, Haddon, Richard Mason o Jonathan Frantzen. Almeno tre di questi autori mi entusiasmano o mi hanno entusiasmato. Li ho comunque letti tutti a grabdi bracciate. Sono comunque per escludere Leavitt, DeLillo e Foster Wallace. E anche Carlo Lucarelli, per cui nutro una speciale predilezione, anche se basata più che altro sul personaggio di Blu Notte. Ho letto per sbaglio due romanzi di Simona Vinci. Ho letto un romanzo di Banana. Almeno quattro di Vazquez Montalban, scusate se non metto gli accenti, tra cui, noto a margine, il bellissimo Io, Franco. Che non è tra quelli celebrati di questo scrittore.

Naturalmente non ho letto Va’ dove ti porta il cuore, di cui ho sfogliato con disprezzo le prime pagine un giorno che stavo a pranzo dai miei. Troppe. Per disapprovare un libro basta non leggerlo. E se proprio lo voglio stroncare c’è sempre il fuoco. Del milione di copie vendute me ne sbatto, così come di Melissa P. libro e film, Moccia libro e film, Vanzina, Alvaro Vitali, Commissario Montalbano, Renzo Arbore, il festival di Sanremo in tutte le sue forme, Nanni Moretti come uomo, i fratelli Muccino, Licia Colò, la nazionale italiana cantanti e quella dei calciatori, Luciano Ligabue, la Ferrari, la cicciona che fa la pubblicità della Vodafone, il caffè Kimbo. Non ascolto più un disco dei Coldplay da quando l’ho sentito sparato alla Coop. Anzi l’ho messo in macchina una mattina e mi sono reso conto che, in effetti, fa schifo.

Ho letto alcune antologie di nuovi autori italiani. L’intento era quello di farmi venire voglia di leggere uno tra, putacaso, Faletti, Dazieri, Camilleri, Governi, Galiazzo, Igliozzi, Fois. Invece ha funzionato come un vaccino. Poi ultimamente è uscita un’antologia di favole a rovescio che mi aveva riempito di speranza: C’era una volta un re ma morì. Favole a rovescio, pensavo. E invece, una sequela di puttanate.

Io non ho letto questo tuo lunghissimo messaggio, a riga 10 mi è cominciato a parere una dislessica stronzata. Ho fatto male, dici?
Vale la Pena

III. La solita solfa ovvero «La scomparsa dei fatti» di Marco Travaglio
5 settembre 2007

Il titolo è accattivante. L’amico Fausto ha detto: non lo leggo per principio. Piero mi è parso un po’ freddino. Io invece no. Primo perché non ho principi riguardo al leggere o non leggere un libro. E poi perché un libro che si intitola «La scomparsa dei fatti» promette decisamente anche se l’ha scritto Marco Travaglio che, tra parentesi, mi sta pure antipatico. Ho le mie prevenzioni, insomma. Ciò premesso, ho letto poco più di un terzo di questo libro e sono in grado di esprimere almeno sette osservazioni. Pace se straripano leggermente dai limiti telegrafici che mi sono imposto per questo tipo di recensioni.

La prima. Mi aspettavo un testo di tipo tecnico sul mestiere di giornalista, su vero e falso, manipolazione, informazione e contro-informazione, intreccio tra politica e informazione. E invece leggo un pamphlet contro tutto e tutti. Persino contro Quark, che Travaglio definisce in modo velenoso ma poco originale Piero Angela e famiglia. Si salvano Report e Santoro. Su Santoro si sono spese molte parole. Su Report, a mio avviso, troppo poche. Per il resto il tema promesso dal titolo è scheletrico. Riempirebbe sì e no una sessantina di pagine.

Travaglio dice contano più le opinioni dei fatti. Lui evoca la regola delle cinque w, si richiama a codici etici, attacca il brunovespismo, piange la fine del giornalismo d’inchiesta, condanna quella forma aberrante di par condicio all’italiana per cui «se qualcuno, per avventura, dice una verità, dev’essere immediatamente controbilanciato da un altro che dice una bugia» (p. 72). Al che uno dice: sottoscrivo tutto. E poi dice: e allora? Il libro ripete questa filastrocca per 300 pagine e più, con corredo dei soliti exempla desunti dalla cronaca politica degli ultimi quindici anni. Insomma, la solita solfa.

Ma ad un certo punto Travaglio è costretto ad ammettere che anche i fatti si possono manipolare, che esistono fatti e opinioni, e i fatti sono veri e falsi (*). E lascia pensare che il problema centrale non sia quello della scomparsa dei fatti, anche se forse manca di una larvata capacità di addentrarsi a fondo nel problema: «i fatti veri vengono sostituiti sistematicamente, scientificamente con fatti sempre e comunque falsi. E con argomenti che la gente comune non ha gli strumenti per verificare de visu: è costretta a fidarsi, e purtroppo si fida – in mancanza di alternative equivalenti – di chi quei fatti li manipola e li falsifica per mestiere» (p. 161). Messo in corsivo vero e falso, ma anche gente comune. Chi è la gente comune? Quelli che leggono il giornale, che assistono agli spettacoli di cabaret?

Quando uno legge un libro cazzuto può sembrargli rigoroso fintanto che non ha incontrato qualche argomento che conosce meglio dell’autore. E allora dubita dell’insieme. Il tanto decantato Report ha dedicato una puntata ai fannulloni. Siccome si parla tanto di suggestione, vado subito al sodo: Report sembra molto convincente perché presenta fatti che sono fatti in modo categorico. Ora non è difficile pensare che la pubblica amministrazione sia stracolma di fannulloni, ovvero di impiegati che in qualche modo non sanno che fare, lo fanno male, scaricano i problemi sugli altri eccetera. Gli esempi sono illuminanti, come quello dell’inegnante che frequenta la scuola due o tre volte l’anno e la freccia va subito al petto: bisogna valutare il lavoro degli impiegati e se non sono efficienti licenziarli. A questo punto giù il confronto con la civilissima Gran Bretagna, che fa sempre gioco, dove gli insegnanti sono preparati, sono licenziabili, nessuno si lamenta. No chiacchiere, botte. Cioè: i fatti sono fatti ma ricostruiti in modo semplicistico e soprattutto funzionale a un obiettivo predeterminato. Non si dice quanto sono pagati gli insegnanti della civilissima Gran Bretagna, non si dice che per una percentuale buonissima sono precari. Neppure una parola su chi dovrebbe valutarli e come. E neppure un dubbio sul criterio: la Moratti ci avrebbe fatto valutare dalle famiglie per farci mettere voti più alti. Ma questi non si sa cosa vogliono.

Questo è il modo di lavorare di Travaglio, contrariamente a ogni aspettativa, al piacere di leggere che sono tutti ladri e alle sue stesse premesse. Un passo indietro: Travaglio vuol far credere che non ha opinioni e che la sua è solo un’analisi basata sui fatti. Invece di opinioni  ne ha pure troppe e anche su argomenti di cui non è tanto competente e in barba ai fatti (vedi Quark). E soprattutto; su tutto. Sul fascismo, sul revisionismo, su Zapatero e adesso non so cos’altro perché ho tolto i post it dal libro. Insomma, forse sarà pure un giornalista indipendente (nel senso che non si mette in tasca i soldi dei politici a cui lustra le scarpe), ma più che altro è una scheggia impazzita.

Lui pretende di dimostrare che tutto quello che ci propina è vero dal fatto che ha avuto varie cause e le ha vinte. Come dire: prendere o lasciare, in blocco. Poi lui stesso a un certo punto scrive: il fatto che uno non sta dietro le sbarre non vuol dire automaticamente che sia innocente. La magistratura può non aver considerato reato quello che di fatto è eccetera: «Un fatto può essere gravissimo anche se non è reato» (p. 196). I libri di Travaglio, idem.

E in secondo luogo io voglio conoscere le fonti. Ci sono dei passaggi che sembrano molto circostanziati e invece potrebbero essere inventati di sana pianta. Lui dice Angela e famiglia dicono un sacco di cazzate invece Beppe Grillo sì che ci capisce, lui «si avvale di consulenti di altissimo livello». E sti cazzi, cioè nome e cognome, pubblicazioni eccetera.

Lo prevedevo e lo temevo. Quella della giustizia è una vera e propria malattia. L’idea di una storia scritta solo sulla base dei giudizi della magistratura, peraltro molto spesso sbagliati o discutibili anche se passati in cassazione, è abominevole. Denuncia la fragilità di tutte le altre dimensioni: sociale, culturale, antropologica, e perché no, politica.

(*) Così scrive Barack Obama «Capisco che i soli fatti non possano sempre risolvere le nostre dispute politiche. Le opinioni sull’aborto non sono determinate dalla scienza dello sviluppo del feto e il nostro giudizio su se e quando far rientrare le truppe dall’Iraq deve necessariamente essere basato sulla probabilità. Ma a volte ci sono risposte più o meno accurate; a volte ci sono fatti che non possono essere “manipolati”, proprio come per sapere se piove basta uscire all’aperto. L’assenza di una pur minima concordanza sui fatti pone ogni opinione sullo stesso livello e quindi elimina le basi per un compromesso ponderato. Non premia coloro che hanno ragione, ma coloro che – come l’ufficio stampa della Casa Bianca – possono sostenere le loro ragioni in modo più rumoroso, più frequente, più ostinato e con lo sfondo migliore».