La solita solfa ovvero «La scomparsa dei fatti» di Marco Travaglio

[5 settembre 2007]

Il titolo è accattivante. L’amico Fausto ha detto: non lo leggo per principio. Piero mi è parso un po’ freddino. Io invece no. Primo perché non ho principi riguardo al leggere o non leggere un libro. E poi perché un libro che si intitola «La scomparsa dei fatti» promette decisamente anche se l’ha scritto Marco Travaglio che, tra parentesi, mi sta pure antipatico. Ho le mie prevenzioni, insomma. Ciò premesso, ho letto poco più di un terzo di questo libro e sono in grado di esprimere almeno sette osservazioni. Pace se straripano leggermente dai limiti telegrafici che mi sono imposto per questo tipo di recensioni.

La prima. Mi aspettavo un testo di tipo tecnico sul mestiere di giornalista, su vero e falso, manipolazione, informazione e contro-informazione, intreccio tra politica e informazione. E invece leggo un pamphlet contro tutto e tutti. Persino contro Quark, che Travaglio definisce in modo velenoso ma poco originale Piero Angela e famiglia. Si salvano Report e Santoro. Su Santoro si sono spese molte parole. Su Report, a mio avviso, troppo poche. Per il resto il tema promesso dal titolo è scheletrico. Riempirebbe sì e no una sessantina di pagine.

Travaglio dice contano più le opinioni dei fatti. Lui evoca la regola delle cinque w, si richiama a codici etici, attacca il brunovespismo, piange la fine del giornalismo d’inchiesta, condanna quella forma aberrante di par condicio all’italiana per cui «se qualcuno, per avventura, dice una verità, dev’essere immediatamente controbilanciato da un altro che dice una bugia» (p. 72). Al che uno dice: sottoscrivo tutto. E poi dice: e allora? Il libro ripete questa filastrocca per 300 pagine e più, con corredo dei soliti exempla desunti dalla cronaca politica degli ultimi quindici anni. Insomma, la solita solfa.

Ma ad un certo punto Travaglio è costretto ad ammettere che anche i fatti si possono manipolare, che esistono fatti e opinioni, e i fatti sono veri e falsi (*). E lascia pensare che il problema centrale non sia quello della scomparsa dei fatti, anche se forse manca di una larvata capacità di addentrarsi a fondo nel problema: «i fatti veri vengono sostituiti sistematicamente, scientificamente con fatti sempre e comunque falsi. E con argomenti che la gente comune non ha gli strumenti per verificare de visu: è costretta a fidarsi, e purtroppo si fida – in mancanza di alternative equivalenti – di chi quei fatti li manipola e li falsifica per mestiere» (p. 161). Messo in corsivo vero e falso, ma anche gente comune. Chi è la gente comune? Quelli che leggono il giornale, che assistono agli spettacoli di cabaret?

Quando uno legge un libro cazzuto può sembrargli rigoroso fintanto che non ha incontrato qualche argomento che conosce meglio dell’autore. E allora dubita dell’insieme. Il tanto decantato Report ha dedicato una puntata ai fannulloni. Siccome si parla tanto di suggestione, vado subito al sodo: Report sembra molto convincente perché presenta fatti che sono fatti in modo categorico. Ora non è difficile pensare che la pubblica amministrazione sia stracolma di fannulloni, ovvero di impiegati che in qualche modo non sanno che fare, lo fanno male, scaricano i problemi sugli altri eccetera. Gli esempi sono illuminanti, come quello dell’inegnante che frequenta la scuola due o tre volte l’anno e la freccia va subito al petto: bisogna valutare il lavoro degli impiegati e se non sono efficienti licenziarli. A questo punto giù il confronto con la civilissima Gran Bretagna, che fa sempre gioco, dove gli insegnanti sono preparati, sono licenziabili, nessuno si lamenta. No chiacchiere, botte. Cioè: i fatti sono fatti ma ricostruiti in modo semplicistico e soprattutto funzionale a un obiettivo predeterminato. Non si dice quanto sono pagati gli insegnanti della civilissima Gran Bretagna, non si dice che per una percentuale buonissima sono precari. Neppure una parola su chi dovrebbe valutarli e come. E neppure un dubbio sul criterio: la Moratti ci avrebbe fatto valutare dalle famiglie per farci mettere voti più alti. Ma questi non si sa cosa vogliono.

Questo è il modo di lavorare di Travaglio, contrariamente a ogni aspettativa, al piacere di leggere che sono tutti ladri e alle sue stesse premesse. Un passo indietro: Travaglio vuol far credere che non ha opinioni e che la sua è solo un’analisi basata sui fatti. Invece di opinioni  ne ha pure troppe e anche su argomenti di cui non è tanto competente e in barba ai fatti (vedi Quark). E soprattutto; su tutto. Sul fascismo, sul revisionismo, su Zapatero e adesso non so cos’altro perché ho tolto i post it dal libro. Insomma, forse sarà pure un giornalista indipendente (nel senso che non si mette in tasca i soldi dei politici a cui lustra le scarpe), ma più che altro è una scheggia impazzita.

Lui pretende di dimostrare che tutto quello che ci propina è vero dal fatto che ha avuto varie cause e le ha vinte. Come dire: prendere o lasciare, in blocco. Poi lui stesso a un certo punto scrive: il fatto che uno non sta dietro le sbarre non vuol dire automaticamente che sia innocente. La magistratura può non aver considerato reato quello che di fatto è eccetera: «Un fatto può essere gravissimo anche se non è reato» (p. 196). I libri di Travaglio, idem.

E in secondo luogo io voglio conoscere le fonti. Ci sono dei passaggi che sembrano molto circostanziati e invece potrebbero essere inventati di sana pianta. Lui dice Angela e famiglia dicono un sacco di cazzate invece Beppe Grillo sì che ci capisce, lui «si avvale di consulenti di altissimo livello». E sti cazzi, cioè nome e cognome, pubblicazioni eccetera.

Lo prevedevo e lo temevo. Quella della giustizia è una vera e propria malattia. L’idea di una storia scritta solo sulla base dei giudizi della magistratura, peraltro molto spesso sbagliati o discutibili anche se passati in cassazione, è abominevole. Denuncia la fragilità di tutte le altre dimensioni: sociale, culturale, antropologica, e perché no, politica.

(*) Così scrive Barack Obama «Capisco che i soli fatti non possano sempre risolvere le nostre dispute politiche. Le opinioni sull’aborto non sono determinate dalla scienza dello sviluppo del feto e il nostro giudizio su se e quando far rientrare le truppe dall’Iraq deve necessariamente essere basato sulla probabilità. Ma a volte ci sono risposte più o meno accurate; a volte ci sono fatti che non possono essere “manipolati”, proprio come per sapere se piove basta uscire all’aperto. L’assenza di una pur minima concordanza sui fatti pone ogni opinione sullo stesso livello e quindi elimina le basi per un compromesso ponderato. Non premia coloro che hanno ragione, ma coloro che – come l’ufficio stampa della Casa Bianca – possono sostenere le loro ragioni in modo più rumoroso, più frequente, più ostinato e con lo sfondo migliore».

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